Belli e la morte di Pinel-

Belli e la morte di Pinel

NOTA DEL REDATTORE
Ho ricevuto un altro articolo di Giggi ed ho pensato di inserirlo direttamente su "Parliamone" del Nuovo Grillo di Moricone, senza aspettare che sia pronto il palinsesto inserito da tempo nel Blog.

COME ERANO    di Luigi Filippetta

                UN SONETTO DEL BELLI IN MORTE DI PINELLI

  Uno dei tanti generi poetici del passato è quello della poesia occasionale, spesso riconoscibile anche come genere celebrativo, encomiastico ed anche dedicatorio.

   E’ un genere che si potrebbe esemplificare con una miriade di poesie. Certamente uno dei componimenti poeticamente più alti di questo genere è I SEPOLCRI, scritto dal Foscolo in occasione della promulgazione  della legge napoleonica sull’istituzione dei cimiteri e sull’obbligo delle sepolture fuori dai centri abitati.

   Me ne viene però sotto gli occhi, fra i tanti suoi sonetti di questo genere, uno che il Belli compose in occasione della morte del famoso incisore trasteverino Bartolomeo Pinelli (er zor Meo), vissuto appena 54 anni, avvenuta il primo aprile del 1835. Era coetaneo del nostro assai meno famoso incisore Ludovico Prosseda. E poiché ne ricorre l’anniversario il prossimo primo aprile, lo trascrivo qui di seguito anche in suo omaggio.

   Nella prima quartina, il Belli procede all’individuazione del personaggio, tratteggiandone i caratteri salienti: Pinelli, il pittore di Trastevere, quello che portava i capelli lunghi sul viso (grugno) col pizzetto di peli sopra il mento ( mosca ar barbozzale) è morto (crepato) per l’ultimo fiasco (bucale) di vino.

   Nella seconda quartina, riferisce della visita del medico (er dottor Mucchielli) che, guardando le feci nel vaso da notte (in n’er pitale) si mostra prima dubbioso con l’espressione del viso (cominciò a storce) presagendone la fine, poi disse di chiamare quelli della confraternita (intimate li Fratelli) per preparare il rito funebre.

   Nella prima terzina, dice che Pinelli era morto nella miseria, con tre spiccioli nelle tasche (con tre pavoli in zaccoccia) a causa delle bevute in allegria con i compagni (de fa bisboccia) nell’osteria del Gabbionaccio.

   Nella seconda terzina ed ultima parte, il Belli mette in bocca al popolano narratore l’ansia per la sorte dell’anima del Pinelli, noto per l’astensione ostinata dai sacramenti, e che aveva rifiutato la confessione in punto di morte.

      LA MORTE DER ZOR MEO

Sì, quello che portava li capelli
Giù p’er grugno e la mosca ar barbozzale,
Er pittor de Trastevere, Pinelli,
E’ crepato pe’ causa d’un bucale.

 V’abbasti questo, ch’er dottor Mucchielli,
Vista ch’ebbe la merda in ner pitale,
Cominciò a storce e a masticalla male,
Eppoi disse: Intimate li Fratelli.

 Che aveva da lassà? Pe’ fa bisboccia
Ner Gabbionaccio de padron Torrone,
E’ morto con tre pavoli in zaccoccia. 

E l’anima? Era già scommunicato,
Ha chiuso l’occhi senza confessione….
Cosa ne dite?Se sarà sarvato?

 

   Dice il popolano narratore/interlocutore: Cosa ne dite? Se sarà salvato?

 Er zor Meo non era infatti uno che si lasciava intimidire dalle minacce dei preti. Si badi che il prete allora era anche “commissario” di polizia della sua parrocchia ed aveva la facoltà  di entrare nelle case per controllare de visu  il comportamento morale nelle famiglie (se ne possono immaginare facilmente gli abusi, di cui fa spesso cenno il Belli nei suoi sonetti).

   Infatti er zor Meo non se ne dava per inteso di ubbidire all’obbligo del precetto pasquale, e non gliene importava nulla che il suo nome fosse affisso alla porta della chiesa e che fosse additato come impenitente, mentre tanti altri furbi (i soliti furbi) facevano commercio degli attestati dell’avvenuta soddisfazione del precetto pasquale ( provvedevano a comunicarsi più volte in differenti chiese per avere più attestati, che rivendevano a quelli che avevano a noia l’andare in chiesa).

   Furono i liberali dell’Ottocento ad abbattere queste aberranti condizioni medioevali (e perciò furono scomunicati un secolo prima dei comunisti). E vi contribuirono gli spiriti liberi, quelli con “la mosca ar barbozzale” come Meo Pinelli, incuranti delle statuine delle madonne fatte piangere allora nelle processioni, come fecero  un   secolo dopo con le stesse madonnine contro i comunisti, della cui paura ancora Berlusconi favoleggia con successo dei voti dei tanti che ci credono e che proseguiranno a crederci come si crede agli orchi nelle favole.

                                                    Luigi  Filippetta