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24 MAGGIO 1915

LUIGI FILIPPETTA  ha scritto

 

CENTO ANNI FA     

  Quando ero ragazzo, negli anni Trenta, si celebrava la ricorrenza del 24 maggio, giorno dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, il cui primo attacco però avvenne la sera del 23, così come anche racconta mio padre.

 Si celebrava con un giorno di vacanza nelle scuole, con la retorica nazionalista e fascista, col concorso delle autorità, con bandiere e corteo, con atteggiamenti marziali,  deposizione della corona d’alloro al monumento dei caduti, la banda musicale che suonava la Canzone del Piave , ed anche con l’ educazione e la  preparazione delle nuove generazioni alla guerra.

   Si celebrava l’inizio di una guerra che tolse al lavoro e alle famiglie diversi milioni di giovani e che ci costò seicentomila morti, anche nel tentativo d’impedire la conquista del potere da parte dei socialisti.

   Dalla fine della seconda guerra mondiale non si celebra più. Ma altro è la celebrazione e altro il ricordo: è bene averne memoria, almeno per non ripeterne l’errore, anche se non si volesse capirne la lezione storica. E la lezione politica.

   Per questo riporto qui di seguito quanto scritto da mio padre Giuseppe (Peppe) nel libretto “Memorie di un contadino poeta” , pubblicato dalla Biblioteca Comunale di Moricone, per interessamento e merito dell’allora sindaco  Augusto Forti.

 Mio padre, classe 1890, era stato richiamato alle armi e il dieci maggio si era presentato a Roma, al Secondo Reggimento Bersaglieri nella caserma di San Francesco a Ripa, in Trastevere.

  Così racconta mio padre.

  “La mattina del 15 maggio 1915 si sparse la voce di un ordine di partenza per destinazione ignota. La mattina dopo  fu inquadrato tutto  il mio battaglione, marciammo verso la stazione , salimmo sul treno e si partì.

Nelle stazioni, la gente ci salutava con i fazzoletti….. Attraversammo l’Italia e sembrava che non si arrivasse mai (viaggiavano in tradotta.N.d.a).

  Nel bellunese, di notte, scendemmo in una stazione di cui non seppi mai il nome. Fuori di essa c’inquadrammo e poi cominciammo a marciare per una via in salita……..  Dopo qualche ora di salita… la nostra stanchezza era diventata enorme. Allora procedemmo a strappi. Si camminava un po’, poi ci si fermava con lo zaino a terra, poi ci si arrampicava ancora e ci si fermava di nuovo; così andavamo verso la cima.

   …………..Arrivammo ad un varco, con poche casette, chiamato Frassenè. Era il venti maggio (Con la tradotta, avevano viaggiato per cinque giorni. N.d.a). Verso sera prendemmo un po’ di rancio. Dormimmo per terra in alcuni locali ed appoggiammo la testa sullo zaino. Il giorno dopo ci fu un po’ di riposo; procedemmo alla pulizia delle armi e furono fatti esercizi di guerra.

   Il giorno ventidue ci fu dato l’ordine di salire sulla montagna in pieno assetto di guerra. Appena preso il caffè, prendemmo per una mulattiera che a zigzag saliva  verso la cima del Monte Luna, di circa duemila metri, verso i confini austriaci.

Era già passato mezzogiorno, quando salimmo sulla vetta e ci affacciammo sui confini. Là, il nostro comandante ci fece un breve discorso, dicendoci che da un momento all’altro sarebbe arrivato l’ordine di varcarli. Ridiscendemmo a Frassenè e, quando vi giungemmo, era già ora del rancio; ce ne fu dato un poco e poi tornammo a dormire nel nostro giaciglio.

  La mattina del ventitré ci fu dato ordine di marciare per varcare i confini. Era la guerra. Ci fu dato il solito rancio alla solita ora, poi cominciammo la marcia per una mulattiera, che da Frassenè scendeva a valle, verso un paesino chiamato Sagron, posto appena al di là dai nostri confini.

   Marciammo tutto il giorno. Verso l’ora tarda cominciò a scendere dai monti una nebbia fitta; e insieme scendeva una pioggia minuta, dolce, che appena si sentiva sulle nostre spalle. Sotto quella pioggerellina passammo il confine ed entrammo in una valle per il Passo Cerreto. Cominciava a far notte,, noi eravamo bagnati e lo zaino era diventato molto pesante: ci fu dato l’ordine di buttare lo zaino a terra e di dormire.

  …….La mattina prendemmo il caffè e, zaino in spalla, si riprese a marciare verso Fiera di Primiero, che sta lungo la carrozzabile per Passo Rolle. Più tardi incontrammo due sacerdoti che si dirigevano verso Sagron, ormai rimasto alle nostre spalle; come sospetti di spionaggio furono presi e portati via”.

 

 Voglio notare, inoltre, che anche la Canzone del Piave parla del 24 maggio come primo giorno di guerra:

“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio 
Dei primi fanti il ventiquattro maggio:” 

In realtà mio padre attraversò il confine il ventitré a sera. Ciò è anche confermato dal Corriere della Sera del lunedì 24/5/1915 il cui articolo di fondo, sotto la data del 23/5/1915, inizia:”La guerra all’Austria è ufficialmente dichiarata. Sin da ieri l’on. Sonnino aveva telegrafato al
nostro ambasciatore a Vienna incaricandolo di presentare al governo austroungarico il testo della dichiarazione di guerra”.

                                                           Luigi Filippetta

 

Come al solito aggiungo il mio ricordare il 24 maggio.

Mio padre, nato nel 1899, fece parte dei famosi “ragazzi del 99” che furono inviati come ultima risorsa al fronte. Egli non ha scritto un diario “bellico” ma ci lasciò qualche scritto del periodo “da permanente” che trascorse come militare di leva  a Roma, finita la guerra. Lui non amava raccontare molto delle sue peripezie in trincea: ci raccontava qualche volta di come si trovarono ad impugnare un moschetto senza aver mai sparato prima e della paura sentendo fischiare sulle loro teste le pallottole degli austriaci. Poi, ci raccontava, siccome lui, ex calzolaio, avesse iniziato ad interessarsi all’elettricità appena “comparsa” sulle scene, fu aggregato, con un altro commilitone di Ascoli Piceno, ai telefonisti e che dovevano stendere le linee tra i colpi di mitraglia e di cannoni. Così, sommariamente, senza tanti dettagli. Egli fu decorato, insieme al suo commilitone, di una medaglia della quale non andava per nulla fiero essendogli piovuta suo malgrado: erano gli unici due militari scampati, di una Compagnia distrutta. Si erano salvati perché quando avvenne la battaglia e la Compagnia fu circondata ed annientata, erano in licenza.

Nessuno di noi, quelle poche volte che capitava che lui lo raccontasse, gli abbiamo mai chiesto quale Compagnia fosse. Lui non amava ricordare la guerra. Se qualche documento fosse esistito, molto probabilmente andò perduto nel caos della seconda guerra, quando una bomba cadde ad una trentina di metri da casa nostra( io avevo nove anni) e ci fu non poca paura e confusione. Ed io, ogni volta che sento “la Leggenda del Piave”, rivedo lo sgomento che potevo leggere negli occhi di mio padre nel ricordare la “sua” guerra. Ecco perché sono d’accordo con Giggi che è bene non far morire il ricordo di ciò che hanno sofferto i nostri padri per cercare di darci un domani migliore, a prescindere dagli scopi ignoti ai “piccoli”, infervorati e coinvolti come sempre in guerre che riguardano i “grandi”; senza contare che quei pochi “piccoli” che vorrebbero mettere in luce i veri motivi per cui si fanno le guerre, vengono sempre tacitati!

Pertanto sposo l’asserzione di Giggi che non la celebrazione ma il ricordo va tenuto vivo ad insegnamento per il futuro ed ancora una volta torno a ribadire che il futuro non potrà essere buono se non diamo uno sguardo al passato per non ripeterne gli errori!

Voglio anche supportare Giggi con la copia del Corriere di cui parla.



                                                 Pierluigi Camilli


 
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