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Capitolo VII

" MA ...., A LUI NON GLIELO DITE!"

Aveva ancora i sogni negli occhi, Buricchio, la mattina che tutti correvano. Poiché quella, col tempo, divenne la mattina che tutti correvano. E correvano proprio tutti, donne, bambini, giovani e meno giovani; tutti nella stessa direzione, tutti spinti da un’ emozione a cui qualcuno riuscì a dare un nome: Curiosità. 
È lì che riesci a seguire l’altro, quando le tue gambe non rispondono più ai tuoi voleri e vai, come una barca  sospinta da un ignaro vento che la vela tramuta  in rotta. 
In due o forse tre conoscevano la meta, il resto no, ma non importava, l’importante era raggiungerla ad ogni costo evitando di farsi fregare l’obiettivo: la sorpresa; ma non fu una sorpresa. Quando guardi qualcosa a cui non riesci a dare un nome il bramare iniziale si sgretola in un vuoto di pensiero, orfano di quel meraviglioso collegamento che unisce l’oggetto alla parola. La parola tuonò come un fulmine a ciel sereno, su quella meravigliosa mattina di agosto: Automobile!
Buricchio fece il tragitto da solo, alla fine  non riuscì a resistere al desiderio di conoscere ciò  che era arrivato in paese; da lontano riusciva ad udire un brulicare di voci e disgustare la polvere che quel fottio  di gente sollevava centinaia di metri più avanti; in mezzo c’era lei, lì davanti a tutti a testimoniare l’ennesimo traguardo raggiunto dall’umanità: la velocità. Una Ford T fiammante, l’utilitaria dell’epoca.
 Otello l’aveva acquistata il giorno prima e fu costretto immediatamente  a interrompere il suo primo giro di prova quando  i primi che ebbero l’avvistamento iniziarono a scaraventarsi davanti al cofano, come in una folle corrida. Si ritrovò così in quella platea a spiegare di cavalli, pistoni e valvole. Quei termini diventarono presto familiari quando il paese iniziò, mese dopo mese, a riempirsi di automobili. La fragile struttura urbana di Moricane in breve tempo non riuscì a contenere il flusso di autoveicoli presenti in Paese e la situazione stava volgendo al collasso. 
L’allora assessore alla viabilità urbana era, a sorpresa di tutti, Egodazi, non perché al soggetto politico in questione mancasse  la stoffa per ricoprire tale ruolo, pensare che riusciva a trovare la stoffa per ricoprire se stesso! Faceva scalpore come tale incarico potesse conciliarsi con l’assessorato alla deveicolizzazione urbana, da poco acquisito insieme all’assessorato alla decimiteralizzazione cittadina,  che, sommati agli altri dodici assessorati, lo rendevano di fatto l’assessore più assessorato tra gli assessori (ci esce uno scioglilingua!). Grazie alla sua larga esperienza non ebbe alcun dubbio sul da farsi per affrontare la situazione: il paese aveva bisogno di regole stradali ed un Vigilante che le facesse rispettare. Appena fu posizionato l’ultimo segnale di divieto, Egodazi annunciò al paese l’arrivo di un Vigilante.
Quando il Vigilante fu accolto al palazzo comunale dalla signora sindaco e l’assessore Egodazi per il rituale di benvenuto, la scena fu più o meno la seguente: la signora sindaco nel porgergli la mano in segno di saluto esclamò:
- Signor Vigilante, benvenuto nel nostro paese.-
Il Vigilante senza scomporsi, né tantomeno disturbarsi nel ricambiare il gesto replicò: «Tu a me benvenuto nel nostro paese non me lo dici!»
La signora sindaco ed Egodazi si guardarono fulminei, come se ognuno volesse trovare conferma di ciò che aveva udito nello sguardo dell’altro. Egodazi si convinse immediatamente del fatto che il Vigilante non aveva ben inteso le parole del sindaco, pertanto prese immediatamente la parola ed esordì con:
"Forse le è già stata riferita la condizione in cui versa la viabilità urbana di  Moricane."
Non aveva neppure finito di pronunciare quelle parole che subito il Vigilante:
«Tu a me, forse le è già stata riferita la condizione in cui versa la viabilità urbana di  Moricane, non me lo dici.»    
Egodazi fece finta di non aver sentito proseguendo:"…ed è per questo che lei è stato chiamato a prestare servizio nel nostro comune."
Il Vigilante stavolta non rispose,  senza che l'ombra di un'espressione scomponesse i tratti del suo volto, annuì con un gesto della testa; quel gesto di acconsentimento sciolse una strana  tensione che la signora sindacò percepiva in quella stanza, prese coraggio ed esclamò con un sorriso:
-Spero che lei si trovi nel migliore dei modi nel periodo che rimarrà in servizio a Moricane.-
«Tu a me, spero che lei si trovi nel migliore dei modi nel periodo che rimarrà in servizio a Moricane, non me lo dici.» 
E così via. 
Il carattere del nuovo concittadino suscitò diverse reazioni tra gli abitanti di Moricane. Da qualcuno fu venerato come fosse un supereroe venuto a salvare il paese da chissà quale sventura: gli attribuivano poteri soprannaturali, erano convinti che il suo sguardo fulminante lo costringesse ad indossare occhialetti a specchio anche nelle ore notturne. I più scrupolosi cercarono subito un contatto amichevole, in breve tempo si ritrovò circondato da una schiera di fedelissimi servitori disposti a concedergli qualsiasi benevolenza ed erano pochi a non stare al gioco; in verità erano gli unici che avevano capito quale era il suo ruolo, si indignavano verso coloro che concedevano all’ultimo arrivato privilegi che loro non avevamo mai ricevuto. Si spremevano nello spiegare che non dovevano essere i cittadini a stare ai suoi voleri, ma bensì il contrario, il Vigilante era semplicemente una persona che svolgeva il suo lavoro, retribuito da loro stessi, in cambio di un servizio, in questo caso la gestione della viabilità. Tra questi figurava Cesarèo. Cesarèo era quello che vent’anni prima arrivò in paese, bussò alla casa di Egodazi, allora primo cittadino, e lo stese con un pugno diritto in faccia. Se la cosa fosse accaduta dieci anni e centotrenta chili dopo non avrebbe avuto lo stesso esito; quando gli chiesero il perche, lui rispose: -Non conoscevo il paese!-. Era uno così. Quando Egodazi si riprese dalla botta, guardò lo sconosciuto negli occhi e fece un cenno con la testa come a dire:"In qualche modo  me lo sono meritato!"
 Si presentarono e Cesarèo spiegò subito che la sua reazione l’aveva immediatamente convinto a stabilirsi  a Moricane, come se il paese avesse bisogno di lui. A Egodazi non restò che dargli il benvenuto, ancora stordito.
Viveva isolato in una cascina, lontano dal centro abitato. In pochi sapevano della sua presenza in paese e tra quei pochi vi era Buricchio. 
Trascorrevano insieme frequenti serate, d’estate coccolati dalla  brezza estiva al chiaro di luna e d’inverno inebriati dal tepore del focolare. Si abbandonavano alle più inconcepibili conversazioni. Buricchio sovente narrava di boschi lontani e funghi, Cesarèo invece era affascinato dal “Che”. No, non il rivoluzionario, a lui non piacevano le favole. Il suo “Che” era quella locuzione grammaticale che è d’uso inserire all’interno di ogni frase. Lo affascinava il suo mutarsi, il flessibile adattarsi ad ogni schema sintattico. Parola che aveva più utilizzi di quante lettere era composta. Studiava il suo utilizzo proprio ed improprio di congiunzione, pronome relativo, pronome interrogativo, aggettivo e pronome indefinito,  congiunzione di causa e avverbio. Quando ascoltava un errore grammaticale non correggeva l’interlocutore, ma aggiornava quella sua base di dati mentale da cui tirava fuori la mappa corrente della lingua italiana. Era uno così. Se quei due avessero scritto un libro a quattro mani, il titolo sarebbe stato: Che fungo!
Era difficile che un fatto accaduto a Moricane entrasse nelle loro conversazioni, ma stavolta si ritrovarono spesso a discutere sull’effettiva utilità di avere un Vigilante in paese. Cesarèo sosteneva che avere un garante delle regole era come invitare i cittadini a non rispettarle e rimase di questa opinione anche il giorno che prese la prima multa. 
Fu la prima multa per entrambi, Cesarèo e il Vigilante.
- Ho parcheggiato appena un minuto fa- 
«Tu a me, ho parcheggiato appena un minuto fa non me  lo dici»
- Ma..  vede pensavo che la legge fosse uguale per tutti e quindi non avendo mai visto multe... - 
«Tu a me, pensavo che la legge fosse uguale per tutti,  non me  lo dici»
- Se vuole non glielo dico ma dovrebbe essere così…- 
«Sono io che decido come deve essere!  Moricane è “sotto la mia cappella”»
- Lei è al servizio di Moricane e non il viceversa- 
«Io non sono al servizio di nessuno»
- Lei è anche al mio servizio- 
«Tu a me, Lei è anche al mio servizio, non me lo dici»
- Lei dovrebbe semplicemente recitare la sua parte- 
«….»
-….- 
«….»
 Cesareo girò lo sguardo verso la platea di gente che stava assistendo alla scena, poi verso il Vigilante, muto, in lacrime, poi di nuovo verso la platea e  riuscì  ad associare le due immagini al suo ultimo verbo pronunciato: recitare. Quando la crisi investì il settore cinematografico molti attori si ritrovarono in mezzo alla strada da un giorno a l’altro, Urbano Aizzone (era questo il nome del Vigilante)  dovette rinunciare alla sua carriera e la disoccupazione lo costrinse a svolgere suo malgrado il triste ruolo di Vigilante. In un lago di lacrime raccontò al paese la sua storia, da allora il suo modo di porsi ai cittadini cambiò completamente, la sua fredda e insensibile autorità si tramutò in un caldo e socievole amore per i cittadini.
“Ma a lui… non glielo dite!!! “ 
Ogni riferimento a persone,  cose e fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale. 

 
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