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     Luigi Filippetta

                     E L’EDUCAZIONE AI SENTIMENTI?

                      GIA’, CHE TIPO DI SCUOLA?

                    E L’EDUCAZIONE AI SENTIMENTI?  GIA’, CHE TIPO DI SCUOLA?


           Ogni riforma scolastica ha come obiettivo dichiarato il miglioramento delle funzioni educative in rapporto alla realtà del momento storico-politico. Ma nessuna riforma ha mai avuto tanto spirito demagogico, più che tanta sicumera, da qualificare il proprio obiettivo come “"La buona scuola"”, come è accaduto con la più recente.

  “La  buona scuola”: davvero? Come se le scuole uscite dalle diverse precedenti riforme fossero state cattive scuole! Eppure quelle scuole, lungo tutto il Novecento,  hanno contribuito a fare l’Italia. Tanto più quando le aule erano locali di fortuna, persino rimesse e stalle, ripulite nel cambio d’uso anche con  l’operosità manuale di maestri e maestre. O quando non c’erano neanche le aule, come accadde con la “scuola itinerante”. Ma i maestri allora erano figure di riferimento per gli alunni, non figure messe in discussione  dalle famiglie!

   E allora davvero erano buone scuole, specialmente nel secondo dopoguerra, quando maestre e maestri erano chiamati a vigilare sull’igiene degli alunni, ad intervenire addirittura personalmente per eliminare sudiciume e pidocchi, ad educare non pochi ragazzi alla pulizia personale e al rispetto di se stessi, soprattutto ad educarli ai buoni sentimenti ed ai valori che hanno consentito la rinascita e lo sviluppo della nostra nazione. E la conseguenza di quegli interventi e di quell’educazione furono l’attaccamento, il rispetto, la stima di ogni alunno per la propria maestra, per il proprio maestro, per tutto il resto della vita.

   Ora quei buoni sentimenti e quei valori sono solo dichiarazioni cartacee, mentre si vedono alunni “cognitivizzati” come  computer, tra input e output, tra schede e valutazioni,  solo sollecitati all’acquisizione delle cognizioni, in  una scuola mossa nella prospettiva di un ritorno al vecchio nozionismo condannato specialmente dalla riforma del ’55 (scuola elementare) e da quella del ’62 (legge istitutiva della scuola media) .

   La scuola di questi ultimi decenni sta persino semplificando e schematizzando la complessità dell’azione educativa in funzione di una personalità dimezzata (diminuita della parte affettivo-emotivo-sentimentale)  anche a causa della pluralità dei docenti che spesso affollano le singole  classi ed anche a causa di un efficientismo produttivo estraneo alla nostra cultura, ma quasi del tutto naturale nell’americanismo, di cui si vanno scopiazzando finalità e metodi d’insegnamento.

    Come può essere detta buona una scuola sempre più chiamata e sollecitata a dare competenze in prospettiva di formazione per il mondo del lavoro, che giorno per giorno si caratterizza per innovazioni sempre più rapide e che al lavoro produttivo provvede sempre più con le macchine fornite dalla robotica? Una buona scuola, invece, non dovrebbe educare la personalità nel suo pieno sviluppo, anziché formarla per questa o quella funzione particolare nell’interesse di gruppi economico-produttivi?

   Come può essere qualificata buona una scuola che consente  strapotere alle famiglie, cui sembra delegata una capacità di vigilanza sull’azione didattico-educativa che mortifica la necessaria autorità professionale dell’insegnante?

   Come può essere considerata buona una scuola che toglie la capacità di valutazione della propria opera educativa all’insegnante per attribuirla all’INVALSI nella pretesa di un’obiettività docimologica innaturale nel rapporto educativo maestro -scolaro, così ricco di connotazioni soggettive, di sensibilità psicologiche, di attenzioni affettive ed emotive?

    Come può essere detta buona una scuola che richiede agli insegnanti il loro maggiore impegno in attività d’ingegneria programmatoria sulle carte anziché nella costruzione di un  rapporto educativo diretto con gli alunni? Che induce gli insegnanti a spendere ore e ore del loro tempo educativo a discutere e a compilare carte, a disperdere le loro energie in cento attività formali, anziché  consentire ad essi l’esplicazione serena della loro funzione didattica ed educativa, che non può essere confusa assolutamente con qualsiasi altra attività di concetto, d’ordine  o di produzione materiale?

  Come può essere detta buona una scuola non tanto perché  sottoposta a penuria di risorse economiche e finanziarie, ma perché  limita in modo avaro il compenso degli insegnanti,  e soprattutto rende difficoltoso il rapporto educativo maestro/scolaro costringendo, specialmente nella scuola media superiore, il singolo insegnante ad esplicare la propria funzione educativa persino su tre scuole diverse e lontane l’una dall’altra decine di chilometri?

    Come può essere buona una scuola se la prima preoccupazione dell’amministrazione scolastica è il risparmio economico sul suo funzionamento nel quadro del bilancio nazionale, e non il potenziamento e la promozione di tutte quelle componenti, in primo luogo gli insegnanti, che costituiscono e davvero qualificano la scuola come concretamente buona ?

   Mi sembra doveroso riconoscere un punto concreto a favore di questa prospettiva: il bonus  che consente il vero e reale aggiornamento degli insegnanti con l’accesso a libri personali, al contrario di un aggiornamento impersonale, collettivo, ex-cattedra, inutile e noioso.

   Questo aggiornamento  potrebbe risvegliare nel corpo docente il senso critico del compito educativo e riscoprire soprattutto la volontà d’interpretare la realtà in cui si deve inserire creativamente l’alunno, perché questi sia aiutato a coglierne i problemi ed a saperli affrontare non solo con le necessarie conoscenze e competenze, ma anche con i valori che lo guidino al rispetto degli altri, della natura e del mondo.

   A fronte di questo compito educativo  fondamentale, ci vuole davvero un ipertrofico senso demagogico per classificare questa nostra scuola come “La buona scuola” !

                                                                                  Luigi Filippetta

                                                                     (Direttore Didattico in pensione)

                                                                                                                


 
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