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DA  IL MÒDANO  di  LUIGI  FILIPPETTA 
   LA MIA SCUOLA
   Ho accennato alla mia scuola elementare. Mi ritorna in mente come in singoli fotogrammi di memoria. Con la presenza sgradevole del mio maestro di seconda. Veniva da Palombara in bicicletta da corsa. Non era cattivo con la bacchetta, ma con la sua rozzezza d’animo e di mestiere: insegnava nozioni e godeva a mettere in ridicolo i piccoli alunni che gli apparivano con qualche difficoltà o difetto, mettendo così a nudo la sua miseria d’uomo più che di maestro.
   Ci obbligava a cantare il Padre Nostro, un canto difficilissimo per tutti noi piccoli e stonati, che allora crescevamo praticamente nella strada e senza alcun esempio di suoni e di canti se non di ragli di asini, di canti di qualche mamma che rassettava la casa e di grida di donne che litigavano da finestra a finestra.
  Per fortuna lo ebbi solo per un anno. Lo rividi molti anni  dopo da collega, ma lui ormai pensionato. Era in bicicletta come al solito, come quando veniva a farci scuola; però teneva legata una gravina al telaio, segno che era stato a zappare in un suo campo sassoso.
  Non gli dissi che ero stato un suo alunno. Per non dirgli altro, certamente. A sua scusante, ma solo marginalmente,  potevo solo pensare che quella di quel tempo era la scuola fascista. In effetti ora lo vedevo in una situazione più consona alla sua persona, con quell’arnese, che non dentro una scuola ad educare gli alunni. Perciò, ormai, non lo percepivo più neanche come collega.


 
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