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MORICONE NEI SUOI SETTE SECOLI

Giggi , Luigi Filippetta, ha mandato un articolo, che  mi ha dato spunto di creare questa pagina, visto che ci sarà una serie di articoli inerenti l'argomento. 
Siccome tra non molto sarà possibile inserirsi con i commenti, spero che qualcuno intervenga; beninteso potrà farlo già ora, inviando il commento a grillo@pcamilli.net



CENNI STORICI

STIAMO COMPLETANDO.......
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Moricone è situato a nord-est di Roma, adagiato su di un colle, a 297m s.l.m. nel Parco Naturale dei Monti Lucretili, che sovrasta la parte sud della Valle del Tevere ed una percentuale del suo territorio appartiene a questa valle.

Al momento della stesura di questo testo il comune consta di 2.748 (M 1.379, F 1.369) abitanti.

Il nome Moricone, qualcuno vuole abbia origine da un non meglio identificato Generale Moricone che sarebbe morto per difendere la porta di questa rocca.

Noi abbiamo una versione meno romantica di quella del generale: nel raggio di cento chilometri è l’unico paese ad avere un campanile moresco (e a memoria d’uomo, non ha mai avuto la croce sulla cupola); tra i suoi abitanti annovera dei tipi somatici sfacciatamente “moreschi”; è quindi  possibile che vi sia stato un insediamento dei mori. Leggendo “L’Abbazia di Farfa” di I. Boccalini (Roma, 1932), si può di certo essere indotti a pensare che i Saraceni, quando intorno al 900 si portarono da Cassino a Spoleto e la saccheggiarono; distrussero la Badia di Farfa, dovettero attraversare la Sabina. Forse la storia vera è un’altra, ma a rafforzare questa nostra teoria, durante la costruzione di un edificio, in località S.Pietro, c’era  una vecchia costruzione che intorno al 1630 fu usata dai Padri Scolopi, prima che potesse essere realizzato, dal fondatore S.Giuseppe Calasanzio, il Convento ora dei Passionisti,  come luogo di preghiera (ma poteva essere stata benissimo il ricovero per i pellegrini e viandanti, visto che la vecchia strada[1],  che da colle Arioni andava verso Nord passava ad un centinaio di metri); durante il riattamento –è stata riattata come abitazione-,  è stato scoperto un affresco (in verità molto sbiadito e deteriorato) del quale era rimasta solo una parte che lasciava intravvedere delle teste con il tipico copricapo saraceno. Il proprietario, si è guardato bene dal divulgare la notizia, per ovvi motivi burocratici e di praticità; a noi è giunta notizia molto tardi per poter documentare questo fatto.

Ancora: c’è un portale, in via Ludovico Prosseda, tipico dei portali d’oriente di un’abitazione. Avendo avuto Moricone dei trafugamenti di reperti storici, è possibile che in questi luoghi esistessero delle icone di mori, da cui “mauræ iconæ” >> More icone >> Moricone.

  A Farfa, appunto, si trova tra gli scritti una località quale “Mons Morecon” (Monte Morrecone) che a nostro avviso potrebbe essere una errata trascrizione di “Mons mauræ iconæ ”…”Monte dell’immagine nera”.

Fantasia?

Questa ipotesi non condivisa ma confortata dal mio amico Filippetta Luigi il quale scrive nel suo saggio APPUNTI E NOTARELLE MORICONESI:”….quanto all’aspetto, cioè viso/icona e scuro/mora delle persone. Questa considerazione potrebbe condurre ad un’altra ipotesi dell’origine del nome Moricone; cioè un termine indicativo di una prima popolazione del luogo, di colore scuro,che fondò il paese a suo tempo. Infatti Moricone sorge, come i tanti paesi arroccati su alture, molto probabilmente, ai tempi in cui i mori/saraceni fanno scorrerie, ma anche commerci ovunque, sicché si stabiliscono in vari luoghi, alcuni dei quali traggono specificatamente il nome: S.Biagio Saracinesco, Saracinesco, Mercato Saraceno ecc.”

Sempre Filippetta propone un’altra e più possibile ipotesi: “il paese è “posato” su una mora (comulo di pietre: «sotto la guardia de la grave mora» (Dante Purg. C III v. 129)• voce di orig. prelatina) ….” Filippetta continua l’ipotesi che possa essere l’accrescitivo di “mora” e quindi potremmo anche pensare a “morecone”… lu Morrecó, come dicono nei paesi confinanti……

 Ipotesi…

Comunque sia nato questo nome, sta di fatto che la sua vera storia cominciamo a trovarla scritta dal 1110 in poi, infatti nel borgo troviamo (forse è meglio dire trovavamo, il sottoscritto li ha visti) dei portali con date che risalgono al 1305, deturpate con date di onomastici o ricorrenze varie, perciò dove era inciso nel portale di tufo 1305 troviamo 1805, dov’era 1530 è diventato 1680 e dove, addirittura la scritta è scomparsa insieme all’arcata, sostituita dal travertino moderno.

Sono state trovate delle piattine di cotto datate 1102.

Non abbiamo certamente la cultura alla storia, noi moriconesi: abbiamo tenuto più di conto delle piante che fuoriescono dai reperti antichi che dei reperti stessi!

Per quanto riguarda essere la Regillum patria di Atta Clauso (Appio Claudio), è una rivendicazione condivisa da almeno venti  tra cittadine e villaggi della Sabina: a partire da Mompeo (RI) fino a Sant'Angelo Romano, passando per San Polo (RM)!

Non che si voglia minimizzare sulle ricerche fatte dal solerte e  amico Nello Vicari che ha dedicato molto del suo tempo per dimostrare la nostra "romanità". Comunque gli si deve, quanto meno, la rivendicazione dell'assurdità leggendaria del Ratto delle Sabine. Come ho detto in altra sede non è conciliabile che due re, Romolo e Tazio, regnassero insieme.

 Addiritttura nella TOPOGRAFIA STATISTICA DELLO STATO PONTIFICIO PARTE SECONDA  nella COMARCA ROMANA,  GOVERNO DI PALOMBARA,  ai CCPP 137/138  troviamo:

137  

Moricone

È situato sopra un colle assai elevato di vivo scoglio al ridosso di alte montagne, in una delle quali sopra esso detta la scalinata, evvi una cavità col nome di Pozzo fornello, che nel verno fuma ad ogni cangiare di tempo. Questa Comune sotto il Governo di Palombara conta anime 649, formanti 141 famiglie, che vivono in 127 case sotto la parrocchiale chiesa della SS. Assunta, nel cui altar maggiore vi sono bellissimi marmi. Monte Gennaro 6 miglia distante gli è di prospetto, e da esso giungono le acque al paese, mercé un discoperto condotto di materiale, che in distanza forma bella veduta. Vi sono in Moricone le Monache Clarisse, situate nel punto più eminente del paese istesso, ed il monastero vennevi fondato da Suor Maria Colomba ivi nata, e detta al secolo Maria Geltrude Serantoni. A scirocco fuori di Moricone evvi il diruto Convento degli Scalzi, che fu poi dei Paolotti, e a un sol terzo di miglio lontano si scorgono antichi ruderi, e rottami, e vogliono i più che ivi esistesse l'antica città di Orvinio ricordataci da Dionisio. Vasto è il territorio, ove raccogliesi olio, grano, vino, lini, canapa, e saporose frutta, delle quali si fa continuo commercio colla Capitale distante 22 miglia, a cui si va per la via chiamata Valle Molette. In siffatto territorio evvi pure una cava di alabastro di varie tinte dal rosso allo scuro, capace di bel polimento.

Cens. Rust. 62787. — Cens. Urb. 12508.

Direzione post. Tivoli per Moricone.

 Nerola

 Anche questa Comune come si disse è sotto il Governo di Palombara su di elevato colle, a 3 miglia circa, e al nord di Montorio Romano. Deriva il suo nome dalla opinione generale che venisse edificata da Nerone in quel luogo rifugiatosi per sottrarsi dal giusto furore del popolo romano. Ameno è il suo orizzonte, e v'è una rocca dei tempi delle civili discordie. Fu contea degli Orsini, poi dei Barberini, e il Cardinal Francesco di tale famiglia vi eresse un lanificio, e Conservatorio per le zitelle a simile lanificio destinate. Alcuni la credono l'antica Regillo cuna dei Claudj. Il territorio di Nerola è in colle e in monte della superficie di romane rubbia 908, dove si occupano nell'agricoltura i 618 abitami che popolano il paese (20 soli 

138 

 stanno in campagna), e che formano 124 famiglie in 117 case nella parrocchia di S. Maria. Sotto Nerola ove uniscesi la via Salaria recente coll'antica, miri la chiesa di S. Maria Nuova, e vi sono molti marmi, ed era qui la vetusta fermata Vicus novus.

Cens. Rust. 38744 — Cens. Urb. 12752.

Direzione post. Tivoli, Palombara per Nerola.


Pertanto, mi sembra, che ogni storico vede cose che altri non vedono e quindi lasciamo le nostre elucubrazioni nel regno della fantasia.

La Cronaca Farfense, infatti, ci fa sapere che intorno all'anno 1110-1119 l'abate Berardo III vi costruì in oppido,  "oppidum de Moricone contruxit[3] , mentre, qualche anno dopo, Ottaviano, conte di Palombara, per alcune divergenze avute con l'Abbazia di Farfa, occupa militarmente Scandriglia e Catino, comunità che vengono poco dopo restituite all'Abbazia dietro la cessione del "Monte Morrecone"[4], che da questo momento, fino a prova contraria, entrerà a far parte integrante del feudo dei conti, di Palombara. Necessita, a questo punto, fare un passo indietro per sapere che la famiglia Palombara ebbe come capostipite, intorno all'anno 1000, Oddo I che fu senatore di Roma ed uno dei suoi figli, Giovanni, divenne poi abate di Subiaco, mentre il nipote, conte Ottaviano, nel 1093[5]  cede al monastero di Farfa la metà del castrum Caminata[6], donazione che non comportava la cessione della "justitia" la quale spettava all'Abbazia di San Giovanni in Argentella. Sempre lo stesso conte Ottaviano in un atto del 1111[7] restituisce a San Giovami in Argentella la quarta parte dei frutti di Fistula, Spenga, Statiano, Caminata e Colombaria[8]. La famiglia Palombara, estintasi nel XVIII sec., diviene poi Palombara-Savelli, derivata, secondo la bibliografia, dei feudatari di Palombara, che precedettero i Savelli, dai Crescenzi-Ottaviani. Di solito il feudo diviene cognome[9], in quanto ceppo di origini di signorie feudali vere e proprie. Il feudo già dei Palombara è quello di Palombara Sabina passato, poi, ai Savelli del quale Onorio IV ne risulta primo signore, i quali nel XV secolo, si divisero, nei rami di Albano e Castel Savello, Rigirano, Ariccia e Palombara. I Palombara sono quindi quei feudatari del ramo dei Crescenzi, allora conti e rettori della Sabina, che rimangono proprietari di Moricone coll’appellativo di signori già di Palombara, e poi, per soprannome divenuto nome tali nel tempo per identificazione di origine[11]. Intorno al 1200-1250, come dice il Bernasconi[10], Palombara viene venduta dai figli di Rinaldo II, a Luca Savelli, senatore e nipote del pontefice Onorio III, mentre Moricone rimane agli originali padroni.

(CONTINUA)

NOTE.


[1] interrata intorno al 1960 e completamente dimenticata, anche se lo scrivente ne ricorda un tratto che attraversava l’attuale strada che dall’Ortomonte va a ricollegarsi con la strada delle Prata, subito dopo il collettore fognario  tra i  terreni di Aurelio Morelli  e  Graziano Morelli. Era larga circa 4 metri ed era composta da pietre nere molto consumate; la chiamavamo “la strada del diavolo”.

[2]G. Silvestrelli  “Citta, Castelli e Terre della Regione Romana”  Ed. Bonsignori, 1993  Vol. II  Pag. 398

[3]  * Cfr., SILVESTRELLI, op. cit., pag. 398 e LUTTAZI R., Dell'Isola Sabina della Badia di San Giovanni in Argentella di Palombara, pag. 178, Palombara Sabina 1924.

[4] * Cfr*., LUTTAZI R., op. cit., pag. 178 e Cronaca Farfense, pag. 662 "...Omnes autum domini Castri Catinensis, facerunt refutationes et firmementium de Monte Morrecone pro sorte et portione de Catino...".

[5] * Il Regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino, ed.  I.Giorgi e Balzani, vol. V, pag. 249.

[6] * COSTE J., Localizzazione di un possesso farfense il Castrum Caminata, in "Archivio Società Romana Patria", annata 103, anno I960.

[7] * SILVI E., Esempio di toponomastica sacra nel territorio di Palombara Sabina, Roma 1963.

[8] * L’ identificazione di Columbaria con il castrum Palumbariun non è esatta, in quanto contemporanei. Columrbaria era una "cella" di San Giovanni in Argentella sul versante orientale del colle. Per altro sappiamo dell'esistenza di un "castrum quod Palumbarium vocatur" nel 1029.

[9] * Come Colonna per i Colonna, Molara per gli Annibaldi, Savello per i Savelli, Farfense per i Farfense.

[10] * TOSI M., La società romana dalla feudalità al patriziato

(1816-1853), Roma 1968.

[11] * BERNASCONI A., Notizie storiche di Palombara, in ‘Terra Sabina”, pag. 119



                                                                                                                                                         IN COMPLETAMENTO       



 
ESPANSIONE ABITATIVA  DI MORICONE
di Luigi Filippetta


Premetto che questo mio scritto non ha nulla di storiografico, poiché non è il risultato di indagini obiettive né di consultazioni documentali. Invece è il risultato di ricapitolazioni soggettive elaborate sulla base della mia memoria per un riannodare di letture, conoscenze, considerazioni e ricordi del tutto personali.  Un lavoro storiograficamente valido al riguardo potrebbe invece essere condotto da volenterosi, specialmente da giovani ormai dotati di strumenti culturali certamente validi per condurre studi benemeriti non solo per la collettività moriconese, ma anche come contributo culturale su un piano più generale. E l’organo istituzionale su cui fare assegnamento dovrebbe essere la Biblioteca Comunale.   Come si riferisce documentalmente nel libro “Moricone.  Fabbrica del Convento e della Chiesa degli Scolopi” dei PP.Scolopi C.Vilà e L.Capozzi, nel 1615 Moricone aveva trecento anime. Non dovevano essere state di più, ma forse anche molte di meno nei secoli precedenti, quando le popolazioni periodicamente venivano falcidiate da peste, colera e altre cose simili.    In quel tempo, l’estensione e la struttura del paese non dovevano essersi modificate di molto in relazione a come si erano andate configurando nei secoli precedenti, sin dalla fondazione come  complesso di case per le famiglie degli addetti ai lavori agricoli e pastorizi in funzione della vita del castello, giacché non doveva essere variata di molto la consistenza demografica.  L’area abitativa era ancora rimasta quella originaria, circoscritta ad una zona più o meno circolare esposta a mezzogiorno, con il castello posto nella parte più a nord, all’apice della collina calcarea e tangente alla linea esterna, e con l’unica porta a sud (detta Porta Vecchia) nella parte bassa e opposta a quella alta del castello. Al centro del paese, come luoghi simbolici e pratici della vita del paese, erano posti la chiesa parrocchiale (Chiesa Vecchia) piccola, un campanile piuttosto basso e rustico e a fianco della chiesa parrocchiale una  piazza, detta Piazza Ranne (Piazza Grande).  Il complesso abitato appare raccolto e compatto, con strade che portano a spazi chiusi, quasi come a trappole per masnade che vi avessero voluto penetrare; con altre strade che, procedendo verso la parte alta del castello, hanno un andamento per svolte  angolari, opportune per azioni di difesa, in modo da dar tempo ad altre forze di chiudersi in castello.

  Proprio il chiudersi in castello, quale unico luogo fortificato del paese, di gente dedita a coltivazioni e allevamenti nelle terre del signore in caso di evenienze eccezionali, ci dà ragione della mancanza di mura di cinta, presenti nel passato solo in abitati militarmente rilevanti e comunque mai in paesi con popolazione povera e scarsa. Oggi ci si può meravigliare di come in quel tempo il nostro paese fosse così demograficamente assai scarso, ma dobbiamo pensare che la popolazione di tutta l’Italia d’allora non fosse tanto numerosa e che non contasse molto di più di qualche decina di milioni di persone; d’altra parte la ricchezza era concentrata nelle mani del clero e della nobiltà, mentre il popolo era al servizio soprattutto di queste due classi sociali. E il possesso delle risorse economiche è sempre determinante per la crescita demografica. 
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  Mi pare scontato che l’abitato più antico, da cui partire per un discorso quanto più organico o comunque per tracciare ipotesi quanto più plausibili, è quello delimitato  non da mura di cinta più o meno fortificate con merli e torri, intuitivamente da pensare mai esistite in ogni tempo, ma da case legate le une alle altre  senza soluzione di continuità, con le due  aperture della Porta Vecchia a sud, più antica e nella parte bassa,  e della Porta Nova a est e nella parte alta, di molto più recente apertura.
  Una prima fase dell’espansione dell’abitato fuori da questa cinta primaria si potrebbe configurare in un tempo successivo alla costruzione del Palazzo Borghese, fatto costruire da Marcantonio Borghese  nel 1621, dopo aver comprato il feudo col sostegno e anche la volontà determinante dello zio Paolo V, che voleva potenziare la propria casata.
  In merito ci si può solo orientare, valutando che nel 1644 Moricone contava ancora 280 abitanti (20 in meno delle 300 anime contate nel 1615) tenendo conto che la peste di Milano (di cui racconta il Manzoni) scese nel Centro Italia intorno alla metà del Seicento, che le bande ladresche imperversavano e sottraevano beni ovunque e che i feudi costituivano rendite solo per i nobili e per il clero: in queste condizioni economico-sociali non si può pensare ad un aumento demografico più o meno generalizzato a Moricone come in tutto il Lazio (rimane curioso il fatto che dopo la costruzione del complesso industriale dei Borghese, la popolazione sia diminuita di venti unità).. 
  Eppure a Moricone la costruzione del Palazzo Borghese, dell’annesso impianto industriale con il Condotto, le Refote, i mulini e i frantoi e la scoperta del pregiatissimo alabastro, aveva determinato  l’afflusso di artisti (ingegneri di quel tempo) e di maestranze che forse avranno avuto alloggio e provvisoria sistemazione nel vecchio abitato e nel castello. In seguito, però, i tecnici per la cura dell’efficienza del condotto e per il funzionamento continuo dei frantoi e mulini idraulici, che certamente non potevano  provenire se non da Roma e da luoghi di altre regioni, forse vi si saranno stabiliti, determinandone l’aumento demografico ma non ancora anche una spinta alla costruzione di case fuori del nucleo abitativo storico, quello con al centro Piazza Ranne (Piazza Grande) e la Chiesa dell’Assunta (Chiesa Vecchia).
  Per contro c’è anche da notare che il Palazzo non era “residenziale” per il Signore e la sua famiglia; infatti era stato progettato e realizzato come grande “casale” per l’immagazzinamento e lo smistamento dei raccolti lavorati, specialmente di olio, grano e farina. 
  Come si potrebbe pensare per esso a una residenza della famiglia principesca o ducale, con tutti gli annessi delle servitù, se non c’è mai stata neanche una stanza affrescata, pavimentata con marmi, arredata con mobili e lampadari decenti? Solo che a noi spesso piace l’immaginare cose non vere e sontuose, principesche come nelle favole, frutto di un pensare per luoghi comuni, come se esse ci dessero ereditariamente dignità e nobiltà di costumi, di tradizioni  e di carattere: ma sono solo fantasie!
  Possiamo, dunque, ipotizzare sì una contenuta crescita demografica, ma fino oltre alle soglie del Settecento non credo che si possa immaginare che siano stati costruiti fabbricati abitativi esterni alla cerchia del vecchio centro abitato.
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  Una crescita demografica del paese nella prima metà del Settecento, tale da sollecitare alcuni paesani alla costruzione di fabbricati fuori dalla cinta muraria del centro originario, può essere suffragata  da due fatti avvenuti intorno alla metà di quel secolo.
   Il primo avvenimento storico fu l’effetto della donazione da parte del principe Borghese, sotto la spinta della moglie assai devota, di una parte del castello al “Ritiro” delle monache di Suor Colomba nel 1742. 
   Conseguentemente a quella donazione infatti – e questo è da sottolineare – il Principe fece spostare nel “Palazzo Borghese”, cioè nel casale, la sede del Governatore, degli uffici amministrativi e delle carceri dal castello Savelli, in cui erano stati sin dall’anno dell’acquisto del feudo: il fatto è da sottolineare perché conferma che il “Palazzo”, chiamato così da noi oggi,  originariamente non era che  un casale seicentesco con funzione di raccolta e immagazzinamento dei beni prodotti dal sistema industriale a funzionamento idraulico. 
  Insomma “il Palazzo” non era la residenza di un qualunque titolato o nobiliare e con la decisione del Principe nel 1742, il casale diventa “Palazzo” in quanto sede del governatore e degli uffici amministrativi e contabili,
  L’altro fatto storico importante è la costruzione  della nuova chiesa a ridosso delle mura esterne del castello, iniziata nel 1754 con la donazione di 1500 scudi da parte del cardinale di Sabina e 300 scudi da parte del parroco titolare della chiesa vecchia.
  Forse questa nuova chiesa, dedicata alla Trinità, avrebbe dovuto sostituire la chiesa della Trinità di Suor Colomba posta dentro al ritiro, tanto che poi le suore vi potevano assistere alla messa tramite un accesso protetto da una grata di ferro, come ricordiamo noi tutti di una certa età.
  La costruzione di questa nuova chiesa poté essere solo terminata nel 1817, con la donazione di altri 1500 scudi da parte del principe Borghese di quel tempo, il quale pose anche le condizioni che essa divenisse nuova chiesa parrocchiale (con l’abbandono di quella vecchia) e fosse dedicata all’Assunta, in modo da non impiegarvi un altro prete da aggiungere a quello della chiesa vecchia.
  Sono questi due fatti che, ipoteticamente, possono denotare una qualche spinta per alcuni abitanti a lasciare il vecchio centro storico e a costruirsi abitazioni fuori di esso.
  La cosa che più potrebbe incuriosire in proposito è il fabbricato dei Lebani costruito a ridosso della nuova chiesa della Trinità poi detta dell’Assunta. Sembra davvero strano che un’abitazione civile possa essere stata costruita a ridosso di un fabbricato consacrato, con relativo risparmio di spesa in favore di un privato per la costruzione di un muro portante. Si potrebbe invece avanzare l’ipotesi  che il fabbricato dei Lebani sia stato costruito prima della chiesa, per cui è stata la chiesa nuova ad essere stata costruita  tra il muro del castello in cui erano le suore e quello del fabbricato dei Lebani., In tal caso si potrebbe affermare che il fabbricato dei Lebani sia stato costruito fuori dal centro storico prima del 1754, forse anche nei primi decenni di quel secolo.
  Comunque non credo che siano state tante le nuove abitazioni costruite in quel tempo fuori le mura, anche se la costruzione di una nuova chiesa  starebbe a significare  un persistente sviluppo demografico e, conseguentemente, la costruzione di nuove strutture abitative, oltre quelle del complesso abitativo originario.
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  Solo su basi documentali si potrebbe indicare il tempo di costruzione di questa o quella casa o di questo o quel gruppo di abitazioni, che per prime furono fabbricate fuori dal centro storico; e forse i documenti si potrebbero anche trovare, col tempo e con le  opportune ricerche. Invece in via ipotetica e intuitiva mi pare possibile indicare le linee direttive di un primo sviluppo urbanistico, per dirla in modo sonante, o di un primo sviluppo abitativo, per dirla in modo più semplice.
   Forse sbaglio, ma non credo che in tempo di amministrazione chiesastica o principesca, quando non occorrevano più prospettive di difesa per effetto della diffusione delle nuove armi da fuoco, fra Settecento e Ottocento si sia tenuto molto alla stesura di un piano regolatore per individuare spazi più o meno razionalmente utili, come piazze e vie, volendo costruire  nuove case fuori le mura, specialmente in un piccolo agglomerato agricolo e pastorale come quello di Moricone, che, come abbiamo visto, poteva contare appena 300 anime o poco più.
   Mi pare invece che si possano intuire le direzioni spontanee e occasionali delle prime costruzioni di case fuori dal centro, tenendo conto sia delle porte del vecchio abitato, sia dei nuovi sentieri per l’approvvigionamento dell’acqua dal nuovo impianto industriale.
   La Porta vecchia a sud è l’unica che, procedendo verso est, dava accesso alla strada di San Pietro, da cui si diramavano le altre strade, sempre e solo percorribili come mulattiere, per il  collegamento con i paesi viciniori; procedendo per un tratto verso ovest,  invece ci si avviava verso la chiesa della Madonna del Passo. Proprio il lato esterno di questi brevi tratti di strade, che fanno capo a Piazza Garibaldi, quasi tangenti alla linea esterna del vecchio abitato, consentì e facilitò la costruzione di caseggiati prospicienti le mura, forse  non meno poveri di quelli più antichi e interni al centro storico.
  Per le altre direzioni, su cui si svilupparono i primi caseggiati fuori dal centro storico, bisogna tener conto delle altre due uscite dal cerchio delle mura, cioè della Porta nuova che consentiva il transito ad est e nella parte più alta, e del sottopassaggio che consentiva il transito attraverso “u Mandriu”, pure posto a est, ma situato a mezza costa.
  Questi due transiti presumibilmente erano diventati molto frequentati dopo la costruzione del condotto dell’acqua captata a Casoli e sfruttata come energia idraulica
nel nuovo sistema industriale. Comode ma scarse per quantità e qualità dovevano essere le acque di raccolta contenute nelle vecchie cisterne; più convenienti da ogni punto di vista potevano apparire le acque fresche e limpide che si potevano attingere da un qualsiasi punto del Condotto, scoperto in ogni sua parte, specialmente nel punto più vicino  oggi corrispondente a Via del Condotto, o anche attingere dal corso sottostante al ritrecine.
  Evidentemente, per queste naturali considerazioni, le cisterne furono abbandonate
(una di queste, in possesso di mio nonno, ormai serviva per mantenervi vini e formaggi) mentre forse si andava sempre più aprendo e poi intensificando e consolidando il transito da “u Mandriu” al retrecine (attuale Via Oberdan) da “u Mandriu” al Condotto, per l’attuale Via Vittorio Emanuele fino alla “Piazzetta e’ Tomasso, nonché dalla Porta nuova scendendo fino alla “Piazzetta e’ Tomasso”.
  Questi forse furono i primi sentieri e poi le prime strade che potremmo chiamare 
anche le “vie dell’acqua” se l’ipotesi qui avanzata risultasse vera sulla base di verifiche documentali. E su queste strade, lungo queste direzioni immagino che poi siano sorte, allineandosi affiancate le une alle altre, le nuove abitazioni richieste ormai dalla crescita demografica che si andava consolidando con il verificarsi di nuove e migliori condizioni economiche.
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    Mi sembra che la casa/villa di Ludovico Prosseda  – ora villa Aureli -  debba essere considerata indipendentemente dalle altre costruzioni abitative. L’Artista, una volta raggiunta una ragguardevole agiatezza economica col successo delle sue incisioni su rame, specialmente per la riproduzione delle opere del Poussin, forse nel secondo o terzo decennio del sec. XIX, avrà voluto certamente costruirsi una casa adeguata alle sue nuove condizioni, con giardino, in una zona appartata e prospiciente a quello che ormai era diventato palazzo Borghese.  
  A ridosso di questa villa e sul costone orientale della  collina  più alta, si può individuare un nuovo blocco di costruzioni abitative, che può essere delimitato tra Piazza Nazionale, Via Vittorio Emanuele, Via Stanislao Aureli, Via Indipendenza e la villa Aureli (ex casa di Ludovico Prosseda). 
   Si tratta di un nuovo blocco di case, che non ha più l’andamento spontaneo e di comodo di quelle costruite su quelle che a me sono parse come “vie dell’acqua”, ma che ha risposto a un preciso disegno di razionalità nell’uso dello spazio per l’espansione abitativa. E’ la conseguenza di un nuovo modo di vedere, di un nuovo modo di amministrare la cosa pubblica, che scaturisce  dal sistema statuale del regno piemontese, quindi del nuovo regime liberalborghese e non più riferibile all’amministrazione protezionistica dello Stato papalino.
  Si tratta di un nuovo modo che prende avvio dopo Porta Pia, quando si estendono anche al Lazio le leggi delle guarentigie con relativi espropri dei beni ecclesiastici e il divieto di seppellire i morti all’interno dell’abitato, cioè nelle chiese, ma in un cimitero da istituire in luogo opportuno (fu trovato a S. Lucia, nelle rovine della presunta villa dei Claudi) e quando a governare un comune non è più un nominato da qualcuno, ma un sindaco anche se eletto non dalla popolazione intera ma da elettori dichiarati tali su base censuaria. 
  Un modo nuovo che pretende una maggiore razionalità nell’ampliamento strutturale della zona abitativa, forse con la regolamentazione mediante il parere obbligatorio di commissione edilizia; un modo nuovo che si manifesta in corrispondenza di alcuni fatti di fondamentale importanza. 
  Il primo è l’aumento della popolazione, che evidentemente aveva avuto inizio col  mutarsi delle condizioni economiche a cominciare dal ‘700 per influenza della rivoluzione industriale in atto ovunque nell’Occidente. La voce “Moricone” in Wikipedia contiene  il diagramma demografico di Moricone a partire dal 1861 che porta  865 abitanti, mentre nel 1901 porta 1486 abitanti. Questi sono quintuplicati rispetto al secolo XVII (300 e 280 anime) e quasi raddoppiati rispetto a quelli di quaranta anni prima.
  Un secondo fatto di fondamentale importanza è la costruzione della rotabile (in proposito è sempre da ricordare l’avvenuto “disastro di Moricone”) che unisce il nostro paese ai paesi vicini e lo mette in comunicazione con la ferrovia e con il resto d’Italia. Senza dubbio questo evento e quello relativo agli espropri  conseguenti all’applicazione delle Guarentigie [Guarentigia= atto di tutela e di garanzia (Ndr)] , furono fattori importanti per lo sviluppo economico e demografico del paese, e conseguentemente per il processo di espansione delle zone abitative con la costruzione delle case di questo nuovo blocco.
  Un terzo fatto, avvenuto nel 1884, è l’acquedotto di S.Angelo, con la costruzione di “u Mascaro’ “ nell’attuale Piazza A. Dalla Chiesa e del Lavatoio pubblico nell’area degli attuali giardinetti di Piazza G. Verdi: anche questi sono fattori che sollecitano gli abitanti a spostare l’insediamento di nuove case su nuove zone che diventano aree fabbricabili.
  Mi pare assai importante mettere in rilievo la natura del terreno su cui fu costruito questo nuovo blocco di case, particolarmente sassoso. Ricordo che alla casa di Achille “u craparu”, posta sulla destra della parte finale di Via Cairoli, si poteva accedere solo  salendo per macigni pietrosi e che le sue capre  venivano munte ogni mattina sulle enormi pietre che si accavallavano le une sulle altre sia nella piazzetta dove ora c’è una fontanella, sia per l’adiacente Via Stanislao Aureli.
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   Via Cairoli era progettata in modo da sfociare direttamente nell’attuale Piazza Verdi, attraversando Via Indipendenza. Lo diceva mia madre, la cui famiglia intorno al  primo decennio del ‘900 si stava costruendo una casa tra Via Indipendenza, Via Stanislao Aureli e Piazza Verdi; la stessa dove poi sono cresciuto anche io..

   Mia madre lo diceva perché l’intonaco e la calce di  muratura di quel gruppo di case si sbriciolavano  anche quando  vi si piantava un chiodo; anzi il chiodo se ne cadeva con la calcina. Lei diceva che ciò avveniva perché  l’acqua usata per la malta era  quella saponata presa dal vicino lavatoio pubblico, allora situato nell’area degli attuali giardinetti di Piazza Verdi.

  Mia madre poteva asserirlo perché vi aveva portato sulla testa, una per una, le pietre ai muratori, salendo da un piano di palanche all’altro.  Non so perché non adoperassero in quel tempo almeno un argano, invece di portare le pietre una per volta sulla testa. Oggi sembra del tutto incredibile come si costruivano le case allora; ma io lo vedevo anche da ragazzo, perché ai miei tempi non era mutato gran che.

  La pozzolana, anche quando costruiva la casa mia madre, non si scavava più a “Sandunicola”, nel terreno che poi Papà comprò nel ’29, detto anche “u cavu da puzzulana”. Lì la pozzolana veniva  scavata in gallerie, veniva caricata sugli asini e i muli con bigonci, si  polverizzava con una grossa mazza di legno a disco e si trasportava in mulattiera al paese per farne malta. Una legge del 1904 ordinò di abbattere tutte le miniere in galleria  e di sostituirle  con altre  a cielo aperto. Quella venne fatta collassare con le mine.  Ne venne aperta una nuova e a cielo aperto sul terreno dell’Università Agraria, sempre a “Sandunicola, ma più vicino al paese.

  Diceva mia madre che il sindaco di quel tempo, per ragioni di maggiore stabilità di quei fabbricati che si andavano costruendo, fece chiudere quel tratto di Via Cairoli unendo i  due fabbricati laterali mediante la costruzione di nuovi vani di collegamento per ciascun piano. Lui però acquistò la rimessa al piano terra. E Via Cairoli non sboccò più su Piazza Verdi ma s’interruppe su Via Indipendenza.

   Dunque quel treno di case di Via Indipendenza, quello che separa Piazza Nazionale da Piazza Sante Aureli e tutto quello di Via Stanislao Aureli, più il blocco di Via Pietro Vicentini forse furono costruiti a cavallo del primo decennio del ‘900 in seguito all’aumento demografico, ma ancor più per le nuove e favorevoli condizioni economiche dovute alle rimesse di valuta da parte dei numerosissimi emigrati in America e, quindi,  anche per la crescita dei valori di mercato. Insomma la vita  economica non era più bloccata come nell’economia di rendita al tempo della Chiesa, ma si era fatta dinamica e redditizia a seguito dell’unificazione d’Italia col regime liberalborghese, con beneficio anche per le famiglie di contadini che ora potevano contare di più sulle proprie risorse e sul proprio lavoro.

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 Quelle generazioni di emigranti che nei primi anni del ‘900 andavano in America e tornavano in paese, spesso per ritornare ancora in America con viaggi in “legni” come dicevano allora, cioè su navi, che duravano 17/18 giorni di navigazione, erano quelle stesse che faceva rimesse di denaro alle famiglie, tali da consentire anche la costruzione di case in relazione alle crescite demografiche e secondo un piano regolatore applicato, oltre che su Via Indipendenza, anche su Via Stanislao Aureli e sul blocco di abitazioni intorno a Via Pietro Vicentini.

  Probabilmente è di quel tempo la dedica di una via a Stanislao Aureli, quale elemento commemorativo per sottolineare il valore di un concittadino, che era un  famoso civilista e che, quale consigliere provinciale, forse contribuì alla realizzazione della conduttura di S.Angelo, alla costruzione del “Mascherone”, del lavatoio pubblico e forse anche del palazzo comunale.

  Quelle stesse generazioni vollero ricordare  con l’intestazione di una via  anche Pietro Vicentini, che non era un moriconese, ma il maestro che le avevano alfabetizzate ed educate ai valori della vita, all’amore della Patria, al significato profondo dei diritti umani e del lavoro. Io non ho consultato nessun documento in proposito, ma ricordo da ragazzo più di un cenno nei discorsi dei vecchi e degli anziani riguardo al nome di quel maestro.

  Da quei cenni, dunque non veri e propri racconti,, mi pare di poter dire che Pietro Vicentini non era un moriconese, ma un irredentista, compagno di studi, di lotta non so se anche  di congiura di Guglielmo Oberdan. Non posso dire neanche se ne fu compagno soltanto a Roma, nel tempo in cui Oberdan visse in questa città o in qualche altra città. Oberdan fu impiccato dagli austriaci, e Pietro Vicentini finì col fare il maestro a Moricone.

   E’ vero che era il tempo del libro  “Cuore” di De Amicis, ma è vero anche che era  il tempo  in cui maestri e maestre non “facevano” soltanto gli italiani, come allora occorreva “fare” secondo il D’Azeglio, ma come poi hanno fatto sempre i maestri, educavano soprattutto i bambini a diventare “uomini”.

   Quella generazione di moriconesi, fatta  di “uomini” educati da quel maestro, gli fu così riconoscente  (erano altri tempi da quelli di oggi) che volle appunto dedicargli una via, e, significativamente, assieme ad un’altra via dedicata al suo sfortunato compagno di lotta, appunto Via Guglielmo Oberdan.

   Mi permetto, in proposito, una digressione storica sullo stato di maestro di quel tempo. La legge che rendeva obbligatoria la frequenza della scuola elementare assegnava l’onere della fornitura delle aule, dell’arredo, della nomina annuale degli insegnanti e del loro stipendio ai comuni, quindi ai sindaci.

  Dunque Pietro Vicentini era un maestro con nomina annuale e con stipendio pagato dal comune; si meritò davvero tanta stima, non solo perché confermato per tanti anni, ma anche perché i suoi ex alunni ormai adulti vollero rendergli onore  con la dedica di una via al suo nome.

   Quelle nomine  comunali dei maestri, che mettevano in soggezione psicologica e morale e anche a volte alla mercé odiosa dei sindaci le maestre (furono dette per questo con una punta di equivocità “maestrine”) furono poi abolite con la riforma Gentile e specificamente col regolamento esecutivo del 1927 ( le nomine passarono allo Stato che le effettuava mediante concorsi). Mai una soppressione di legge fu tanto opportuna e giusta come quella. 


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Ho già accennato ad una legge che sopprimeva le miniere in galleria, quindi, per essa fu anche la cava di pozzolana di “Sandunicola”. Ho pure accennato alla legge di origine napoleonica, quella del 1804 cui si riferisce il Foscolo con “I sepolcri”, e che fu adottata dal Regno d’Italia cento anni dopo, nel 1904, per salvaguardare la salute pubblica con il divieto di sepoltura all’interno dell’abitato, cioè nelle chiese e nel cosiddetto “sagrato”, come era sempre avvenuto al tempo dello  Stato della Chiesa (chi oggi entra in una chiesa funzionante prima del ‘900, può ancora vedere lapidi funebri, sul pavimento o in parete, indicanti sepolture di defunti di riguardo o comunque privilegiati).

   Ancora a salvaguardia della salute pubblica, sempre nel 1904 mi ‘pare, una nuova legge proibiva di tenere stalle, porcili e pollai nella cerchia dell’abitato. Anche questa legge ebbe conseguenze rilevanti per la vita del paese, poiché il Comune costruì fuori dell’abitato, in luogo discosto ed opportunamente esposto ad est, un’area chiusa e destinata al ricovero degli animali (come forse in antico era “u mandriu”) detta ancora oggi “A porcareccia”.

   Questa “Porcareccia” doveva essere stata abbastanza scomoda e lontana per i più, specialmente per gli abitanti nella parte vecchia del paese. Molto probabilmente fu questo il motivo per cui sorsero sparsi, specialmente nei “Carpini”, nell’ “Ortumonde” e  sotto a “quillu de Moniche” qualche “stallittu” (piccola ed angusta costruzione in muratura per tenervi il maiale o le galline) e molti “fratticci” (piccole capanne coniche per tenervi al riparo maiali, galline e asini).

  Quanto vado dicendo qui apparentemente non ha niente a che vedere con l’argomento dell’espansione abitativa. Non è invece così, perché quei “fratticci” e quei “stallitti” caratterizzavano l’ambiente abitativo del paese, cioè ne caratterizzavano la vista d’insieme, il panorama, tanto che i forestieri indicavano Moricone con una punta di disprezzo come il paese dei “fratticci”.

  Nel quadro dello sviluppo abitativo di Moricone, specialmente nel primo decennio del ‘900, ebbe un forte rilievo Via Vittorio Emanuele, quale strada che collegava direttamente il paese vecchio con il lavatoio pubblico, posto nell’attuale area dei giardinetti di piazza Verdi: le donne con le “canestre” colme di panni sulla testa la percorrevano nei due sensi ogni volta che dovevano lavare i panni delle loro famiglie.

  In merito mi pare di rilievo riferire quello che mi raccontavano mia nonna e mia madre. Proprio perché le donne transitavano per questa strada, mio nonno materno, che aveva un piccolo negozio  di alimentari e merceria nella parte vecchia del paese, chiese al fabbro che aveva la bottega in Piazza nazionale, di vendere alle donne di passaggio una cassetta di sapone, dividendone il guadagno.

  Quello vendette in pochi giorni tutto il sapone e, visto il guadagno che se ne traeva, si mise in proprio, prima col sapone e poi anche con gli alimentari e la merceria, spostando la bottega di fabbro in un luogo vicino. Come dire che bastò un’idea a mio nonno per sbagliare e un’idea a quel fabbro per indovinare il vantaggio di una fortuna economica.

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                          IL COMPLESSO DEL MUNICIPIO

  Non so quando sia stato costruito il palazzo del Municipio. Non lo so esattamente, ma penso che sia stato tra il primo e secondo decennio del Novecento. Da come lo ricordo nei miei primi anni, oggi è diverso da allora per le varie aggiunte operate in tempi diversi, anche se la parte anteriore è rimasta invariata.  

     Ma come io lo ricordo già doveva essere diverso dal progetto originario. Me lo diceva Luigino Petrocchi, che prima di fare il maestro per qualche anno vi fece l’applicato di segreteria al Comune e, poi da maestro, è stato più volte consigliere comunale e assessore.

   Lui mi diceva di aver visto il progetto originale, realizzato in parte come io l’avevo visto da ragazzo, ma che non fu completato per mancanza di soldi. Mi diceva che il municipio sarebbe dovuto essere più alto e con due torrette alle estremità laterali, una a destra e una a sinistra. Inoltre mi diceva che era prevista un’ampia strada lungo l’asse direzionale portone – statua – cancelletto del Parco, che,  attraverso “La Parete” , sarebbe dovuta sboccare  sulla Provinciale in Via Roma.

   Per quello che ricordo, allora il piano rialzato del Municipio era occupato dalle scuole elementari, il primo piano dagli uffici comunali e dalla residenza del segretario comunale.   Posteriormente, al centro e in corrispondenza dell’entrata, l’edificio si allargava  per alcuni metri nella palestra. In questo ampliamento, nel  piano rialzato, erano collocati i servizi igienici della scuola, con tazze alla turca.                                                                                                                  La parte del complesso che dà su Via Stanislao Aureli, oltre la “palestra” o “cortile”, era costituita da un unico locale al piano terra, con ai lati due quadrati di terreno con piccole piante.

   Quell’unico locale fungeva da cinema: da piccolo vi vidi la proiezione di due farse con Ridolini. Poi intorno al 1936 fu tolto il cinema e, diviso in due, ne furono ricavate due aule con accesso dalla “palestra”, poiché le aule del piano rialzato erano divenute insufficienti. Allora le classi erano formate con la divisione dei sessi, cioè classi femminili e classi maschili. Nelle nuove due aule furono collocate due classi maschili ed io vi frequentai quasi subito  la quarta col maestro Severini  e poi la quinta.

  In seguito, dopo la guerra, le aule furono ancora insufficienti per l’accresciuta popolazione scolastica, per cui prima si ricavarono due piccole aule chiudendo le due estremità del corridoio; poi si costruirono ancora due aule nelle due ali opposte del piano rialzato, sottraendo altra area libera alla cosiddetta palestra. In seguito, non so dire quando, divennero insufficienti le stanze per gli uffici nel piano superiore e furono costruite altre due stanze su quelle due nuove aule.

  In seguito ancora, ma non so dire quando e come, furono costruite stanze anche ai lati dell’ex cinema trasformato in aule scolastiche; poi anche queste aule furono frazionate in stanze,  stanzette e destinate ad altri usi.

  Per quanto riguarda il Monumento ai Caduti e il Parco della Rimembranza non so dire quando furono realizzati; mi pare però che il Monumento appartenga a una statuaria schematizzata nell’ambito di una produzione tesa a rispondere a  una forte richiesta di tutti i paesi, che in quel tempo volevano glorificare i propri caduti in guerra

(Continua....)

     Luigi Filippetta



    
 
IN PREPARAZIONE

 
AGGIORNAMENTI, APPORTI SU ESPANSIONE ABITATIVA  DI MORICONE
di Camilli Pierluigi

     

Pagina 1

Riferendomi alla prima pagina degli appunti di Giggi sull’espansione demografica di Moricone, c’è da fare una precisazione: leggendo nel rapporto di studiosi della storia dei Palombara-Savelli (Signorie del feudo dopo la cessione del feudo da parte dell’Abazia di Farfa) si può scoprire che alcune famiglie di Moricone erano fuori dai vincoli feudali; cosa meno vistosa a Palombara stessa. Ciò potrebbe spiegare i molti piccoli distacchi ingiustificati nel Vecchio Borgo tra le case. Inoltre (intorno al 1619) dei circa 300 abitanti, i consiglieri accreditati al Castello erano 64. Pertanto i contadini ed i pastori, pur dovendo rispettare le regole del Principe, avevano una certa libertà operativa (e già da allora disorganizzata, dal momento che per meno di 300 abitanti occorressero 64 consiglieri) . 

     La planimetria dell'agglomerato urbano era come da immagini sotto.           Moricone1590       Riprese della Comarca di Roma Governo di Palombara. Anno 1600 la prima e fine 1700 la seconda e la terza

mappetta_comarca_254R2

                                                                                                                                   


Nella seconda piantina, non sono troppo visibili le indicazioni, le riporto di seguito:

1) Condotto proveniente da M.Gennaro (Sorgenti di Casoli)

1bis) Scalinata,  per frenare l'impeto del flusso e decantare da residui solidi;            alla fine c'era (c'è ancora) un piccolo locale da dove partivano due      condotte: una più piccola per prelevare l'acqua per il Principe,  l'altra più  grande per il condotto delle refote. Vicino l'officina Rossetti ancora è visibile la struttura delle condotte. 

2) Torretta, che oltre essere un punto fiduciale, sembra che  segnalasse il              massimo livello raggiungibile del condotto.                                     

3) Convento

4) Refote 

5) Villa Prosseda (attualmente villa Aureli)

6) Palazzo del Principe (non il Castello)

7) Castello

8) Rio della Moletta (il sopravanzo delle Refote)

NB. Ogni Refota alimentava un mulino e ne esistevano quattro in tutto il percorso. 

Inoltre il termine Refota a volte viene alterato in "Rifolta" pensando di parlare italiano: niente di più errato; deriva da "refundo- is, -fudi, -fusum,-fundere" = ridare, ridistribuire. A volte è usato anche come termine di "rifosso" cioè rinforzo al fosso. 

Dalle cartine N. 1, 2 e 3  si può dedurre che non essendo ancora aperto il passaggio dalla Porta Nova che fu realizzato tra il 1619 ed il 1620 per arrivare al Palazzo esterno (l'attuale, come diciamo noi, Palazzo del Principe), bisognava fare il giro dalla porta Sud (Archiricci). D'altronde, il passaggio dal Mandrio non era possibile in quanto c'erano le mura che non permettevano il passaggio: il Mandrio era, appunto, usato come tale e c'era una porta nell'arcata per rinchiudere le mandrie ed i greggi durante la notte, dentro le mura del paese senza permetterne l'ingresso nelle via dello stesso. E fino al dopoguerra del 1941 erano ancora visibili (il sottoscritto ne ricorda alcuni tratti) le tracce fino all'attuale via Mazzini; per la precisione uno spezzone di muro era affiancato alla casa dei Frappetta (Valeriano e Giuseppe) di fronte al Torrione. Il che significava che il muro fosse distaccato dal Torrione stesso).Il proseguimento si poteva vedere (e noi ci facevamo le "scalate" per la gioia delle nostre madri!) dal muro "For'u Mandriu" verso l'area di Marsilio Aureli dove poi ci costruì il frantoio. Parliamo degli anni intorno al 1950. 

Fu, appunto, dopo la costruzione del Condotto da Casoli che fu possibile usare Porta Nova per accedere fuori mura.



(Continua)                     Pierluigi Camilli




                     
  
                                               
   

 
   
                             


                          
                                                                                         

  

 

 
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