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LA BUONA SCUOLA
di
LUIGI FILIPPETTA


     Già nella dizione “la buona scuola” si avverte immediato l’inganno. Come quello dell’esca innescata all’amo per prendere il pesce più sprovveduto e più tonto.

   Ma per altro genere di prede, solo apparentemente un po’ più sveglie, il cosiddetto Riformatore si è munito di un diverso strumento, quello dell’asinaio, cioè del bastone e della carota: il bastone  della dizione “buona scuola” e la carota dei centomila nuovi insegnanti da assumere in ruolo.

   Centomila nuovi insegnanti da assumere in ruolo, che in realtà  il Miur è già costretto ad assumere ogni anno con incarichi a tempo determinato: da anni, come sarebbe comunque costretto ad assumerli anche quest’anno ed anche l’anno prossimo. Quindi non di nuovi insegnanti si tratta, ma di stabilizzazione, di nomine in ruolo di vecchi insegnanti precari. E già questo lascia vedere abbastanza chiaramente la volontà di abbindolare l’opinione pubblica più disinformata, comunque quella che non è addentrata nella conoscenza dei problemi della scuola.

   Chi ha conoscenza dei problemi della scuola, della politica scolastica e della storia della scuola non può cadere nella trappola demagogica, di cui è impregnata non la riforma della scuola, ma la sua presentazione propagandistica con cui si strombazza e dispensa agli ignari la promessa di una scuola migliore, più aperta e più utile alla gente, al cosiddetto popolo democratico.

   Chi ha conoscenza dei problemi scolastici sa bene che questa non è una riforma, ma una controriforma programmata e delineata sin dai Decreti Delegati Malfatti del 1974.

   Si tratta della realizzazione avveduta, lenta, condotta per tappe progressive, di una controriforma tesa a sottrarre la scuola allo Stato, cioè alla società istituzionalmente organizzata, per metterla apparentemente al servizio delle famiglie, e realmente per privatizzarla nel suo funzionamento, conservandone gli oneri, le spese allo Stato, cioè ai cittadini.

    Si tratta, soprattutto con le autonomie sempre più ampie e articolate, di realizzare progressivamente e conseguentemente una scuola classista, cioè singoli istituti più ricchi e qualificati per i centri abitati da ceti benestanti;  istituti più poveri, meno efficienti e dequalificati per le periferie urbane e per le popolazioni geograficamente marginali, proprio come avviene in certi Stati capitalisti.

   Si tratta anche di realizzare una scuola che non miri più tanto all’educazione integrale della personalità del ragazzo e del giovane, ma di singole scuole funzionali indirizzate a preparare e a fornire individui per specifici inserimenti nel mondo del lavoro, in modo che il sistema imprenditoriale possa servirsene come materiale umano già pronto, utile e formato non a proprie spese con l’apprendistato, ma a spese dello Stato, cioè a spese di noi cittadini. Quindi a spese della comunità, ormai non più comunità sociale, ma pulviscolo di individui, incapaci di unirsi per difendere gli interessi e i diritti comuni, come succedeva con i partiti di sinistra di un tempo e i sindacati uniti negli ideali del Dopoguerra.

   Ma oggi la sinistra non c’è più, perché nel cosiddetto popolo non ci sono più ideali di sinistra; né ci sono più le idee di comunità e di socialità nei sindacati. Ci sono solo gli interessi materiali di singoli e di piccoli gruppi. E’ così che oggi si può vendere a buon mercato la promessa di una cosiddetta “buona scuola”! 

 
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