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                   NOTA A MARGINE DI   “CENTO ANNI FA

 

  Nel mio precedente articolo “CENTO ANNI FA”, a proposito del 24 maggio 1915, scrivevo:  “Si celebrava l’inizio di una guerra che tolse al lavoro e alle famiglie diversi milioni di giovani e che ci costò seicentomila morti, anche nel tentativo d’impedire la conquista del potere da parte dei socialisti”.

  Qui mi riferisco  a “ anche nel tentativo d’impedire la conquista del potere da parte dei socialisti”. E poiché nei libri di storia mi pare che non si legga quasi mai che sia stata intrapresa una guerra per soffocare le tensioni popolari interne, la mia affermazione o considerazione potrebbe sembrare  un’ opinione arbitraria e quanto mai infondata: specialmente a  riguardo della guerra 1915-18, le cui ragioni dichiarate sono state l’irredentismo e il completamento dell’opera risorgimentale.

   Certamente nella mia affermazione non ho inteso specificamente “socialisti”, anche se davvero il partito socialista avrebbe potuto democraticamente conquistare la maggioranza. Avrei invece potuto scrivere popolo, cui però io non credo più da parecchio. Vorrei chiarire che con socialisti ho inteso indicare tutta quella parte di popolazione sfruttata in quel tempo dalla borghesia e dalla nobiltà,  ormai alleate dopo le loro contrapposizioni nelle lotte risorgimentali.

   Le tensioni  politiche, economiche, demografiche, intese anche come lotte di classe, si  scaricano raramente all’interno di ogni Stato: quando accade, allora si parla di repressioni sanguinose, come avvenuto nell’Ottocento, oppure di strategie della tensione, come avvenuto negli anni più recenti.  Più spesso si  cerca  di scaricarle all’esterno, sia con le guerre, sia con le emigrazioni, a tutela della conservazione del potere da parte delle classi dominanti. Ad esempio, nell’ultimo Ottocento e nel primo Novecento si possono ricordare sia le grandi emigrazioni in America, sia le due guerre etiopiche e quella di Libia; e poi ancora, appunto la guerra del 1915-18.

  A sostegno di questa tesi, mi piace  riportare qui una testimonianza, una sola, ma davvero autorevole, quella di Dionisio di Alicarnasso.

   In “STORIA DI ROMA ARCAICA”, nel Libro VI , par. 23, narrando gli avvenimenti dell’anno 495 A.C. e precisamente i fatti che poi sfociarono nella secessione della plebe in Monte Sacro, Dionisio dice testualmente. “I consoli che rivestivano la magistratura suprema e regolare furono Appio Claudio Sabino e Publio Servilio Prisco. Essi sapevano bene che, per rendere alla patria il più utile sevizio, era necessario rivolgere il tumulto interno alle guerre di fuori; e si prepararono perché uno di essi conducesse una spedizione  contro il popolo dei volsci”.

  In quegli anni del primo Novecento, in Italia, a calmare le angustie delle masse popolari non erano bastate né le fortissime emigrazioni, né la guerra di Libia: occorreva una nuova guerra.

Una guerra come l’andava reclamando la borghesia, e come la reclamava quella classe intellettuale che di essa era la più genuina espressione: “una guerra sola igiene del mondo”, cioè una guerra che fosse purificatrice delle istanze materialistiche (preoccupazioni e rivendicazioni economiche) poste dalle classi popolari.

                                                        Luigi Filippetta

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