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     Luigi Filippetta

   DESCOLARIZZAZIONE E DESANITARIZZAZIONE

   DESCOLARIZZAZIONE E DESANITARIZZAZIONE


      Considero la situazione della scuola dell’autonomia e della cosiddetta “buona scuola” dalle cose che leggo e dalle voci che mi giungono più o meno direttamente. E mi tornano in mente le cose di scuola degli anni Settanta. Mi tornano non solo i decreti delegati del ’74 (quelli detti Malfatti, dal cognome del ministro che li propose) ma anche l’attacco distruttivo che i sindacati confederali portarono al nostro sindacato autonomo della scuola elementare (SNASE) del cui direttivo di Frosinone io ero parte e con cui effettivamente la scuola elementare si esprimeva e cresceva nella propria autonomia organizzativa e pedagogica. Mi tornano in mente soprattutto i timori e le discussioni relative al libro di Ivan Illich “DESCOLARIZZARE LA SOCIETA’ “ scritto come sviluppo della teoria di Everett Reimer e pubblicato anche in Italia dall’editore Armando di Roma. La tesi di Reimer e di Illich, cioè la descolarizzazione della società, sosteneva l’opportunità o la necessità della soppressione della scuola pubblica concepita come strumento di educazione al conformismo, che avrebbe favorito la diffusione del consumismo. In seguito alle riflessioni sulla teoria della descolarizzazione della società, si sviluppò la discussione anche sulla necessità di desanitarizzare la società, poiché il servizio sanitario pubblico, con l’eccessivo ricorso alle medicine e ai ricoveri ospedalieri, avrebbe trasformato anche i sani in soggetti da curare, come era negli interessi delle industrie farmaceutiche ed ospedaliere. Sarebbero potute sembrare idee di sinistra, quelle della descolarizzazione e della desanitarizzazione della società, poiché apparentemente si opponevano allo straripante potere delle multinazionali. Sarebbero potute sembrare idee liberali, ansiose di preservare la libertà, la capacità di critica e i diritti della persona. Ma solo apparentemente, però. Perché con l’abolizione delle scuole pubbliche si sarebbe impedito di fatto l’accesso all’alfabetizzazione delle classi povere. Peggio sarebbe successo con la desanitarizzazione della società, poiché si sarebbe impedito ai poveri ed anche alle classi medie l’accesso alle cure mediche. E ciò sarebbe stato illiberale e ancor più contrario all’idea di sinistra. In quegli anni era ancora forte la coscienza democratica conquistata con la Resistenza e consolidata con la Repubblica sulla base della Costituzione del ’48. Sicché quelle tesi, che provenivano dall’ambito dell’università di Quernavaca, furono solo oggetto di dibattiti, anche se esse suscitarono più di un sospetto sulle prospettive delle classi dirigenti. E’ passato più o meno un quarantennio dai dibattiti polemici sollevati da quelle tesi che allora ci apparvero davvero pericolose. Ma il ricordo di esse davvero mi suscita sospetti e mi fa venire i brividi quando guardo alla scuola e alla sanità del momento attuale. Apparentemente, ed anche direttamente, oggi tutto è volto al potenziamento dei sistemi organizzativi ed ordinativi in prospettiva di efficienza ed efficacia per massimizzare il raggiungimento degli obiettivi, sia nel campo dell’istruzione scolastica che in quello della salute dei cittadini. Nella realtà, però, la massa dei cittadini, sia quelli già poveri che quelli della classe media ora impoveriti, riguardo alla scolarizzazione e ai servizi sanitari, è indirettamente respinta sulla soglia dello “scarto” , nel senso che questo termine assume nei discorsi del Papa. L’accesso ai due sistemi è stato reso così arduo che sono sempre più numerosi quelli che non riescono più ad avere le condizioni minime per goderne. Intanto la cosiddetta “razionalizzazione della rete scolastica”, che ha eliminato tante scuole, non ha giovato di certo all’educazione dei giovani. Tantomeno ha giovato alla scuola l’autonomia, che ha portato all’impostazione delle scuole come imprese di produzione in concorrenza tra loro: anzi questa è una rovina, poiché è impensabile che un’opera educativa sia condotta in concorrenza o in competizione come se le scuole fossero fabbriche o negozi, che cercano ognuno di acquisire più clienti degli altri. Ma le cose che più avviano indirettamente la descolarizzazione della società sono le ingerenze delle famiglie, sempre più in posizione antagonistica con gli insegnanti, e ancor più lo è il nozionismo collegato a una valutazione dei risultati avulsa dal rapporto tra livello di insegnamento, livello di età e livello psicologico di apprendimento degli alunni. E’ evidente che gli alunni più deboli, in condizioni socioeconomiche più o meno disagiate, non potranno tenere il passo dei programmi, saranno schiacciati psicologicamente dal sistema di valutazione e indotti indirettamente all’abbandono della scuola e a non proseguire gli studi. Si vede bene che le istituzioni pongono l’asticella degli obiettivi sempre più in alto, spinte dal sistema valutativo dell’INVALSI; e si vede bene che le famiglie sono sempre più frequentemente sospinte ad azioni di controllo e a contrapporsi agli insegnanti come se questi fossero a loro servizio o prevaricassero i loro figli. Come è possibile allora non chiedersi se tutto questo non attui indirettamente, sia pur limitatamente per ora, quel che negli anni Settanta era la descolarizzazione della società discussa da Illich e Reimer? D’altra parte la soppressione di tanti più o meno piccoli ospedali, all’insegna di riduzione delle spese, non ha affatto giovato all’efficienza e all’efficacia del servizio sanitario nazionale per il quale si pagano sempre più tasse. E se vi si aggiunge l’aumento dei tiket per l’accesso alle cure (acquisto di medicine, tempi e spese per le analisi cliniche,ecc.) non dobbiamo pensare che c’è una riduzione di accesso alle cure e, dunque, una qualche forma indiretta di desanitarizzazione della società? Anche nella prospettiva di questi servizi, l’educativo e il sanitario, a me sembra chiaramente che ci sia un’ erosione più o meno indiretta, ma sempre più incisiva, della nostra Carta Costituzionale scaturita dalla Resistenza, di cui si continua a reclamare sempre più insistentemente quella riforma che potrebbe portare a indebolire le classi popolari nelle loro conquiste passate e nei loro diritti acquisiti.

                                                                                                                 Luigi Filippetta


 
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