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LUIGI  FILIPPETTA

ANCORA  RICORDANDO… PER  RIFLETTERE
con NOTA di Pierluigi

     In coda al mio precedente articolo “ Ricordando e ripensando” , col suo “Contrappunto”  Pierluigi mi dà spago e mi coinvolge in un discorso davvero appassionante e sicuramente fecondo di riflessioni e di chiarimenti intorno alle nostre condizioni esistenziali, ai limiti, alle difficoltà, agli ostacoli che si frappongono alla realizzazione della personalità di ognuno di noi lungo la nostra esistenza, a cominciare dall’ infanzia e fanciullezza. Discorso però assai riduttivo se svolto in un articolo necessariamente breve come questo. Comunque vi procedo per cenni e per vie di sintesi pur se per sviluppi necessariamente lacunosi.
     Riguardo alla realizzazione della personalità di ognuno, sgombrato  il campo dalle difficoltà naturali proprie di ciascun soggetto, è chiaro che rimane da considerare importanti e necessarie di opportune riflessioni le condizioni sociali, economiche ed ambientali di ognuno, riportandole ai tempi scanditi dagli anni in cui  cresciamo e poi viviamo, perché sono quelle condizioni nel loro complesso che determinano il nostro avvenire: se sono buone ne siamo avvantaggiati, se sono cattive ne siamo ostacolati.
      La differenza di età tra me e Pierluigi è di dieci anni. In altri secoli sarebbe stata un’inezia, poiché nessun mutamento socioculturale e ambientale si sarebbe verificato in così breve tempo. Ma  negli anni Trenta del nostro secolo i dieci anni costituivano forse l’equivalente di uno dei secoli precedenti, poiché vi si andavano diffondendo e potenziando le applicazioni tecniche dell’elettricità, della radiofonia, del cinema, ecc., mentre i Giovanotti di Via Panisperna riuscivano nella fissione dell’atomo ed avviavano la capacità di produrre e padroneggiare l’energia atomica.  Dieci anni di grande dinamismo, quindi, di grande sviluppo, dieci anni di fuoco. 
   Pierluigi dice che si facevano sacrifici per studiare, allora. Ma la generazione dei nostri genitori dovette rinunciare a una vera istruzione: a Moricone c’erano solo le tre prime classi delle elementari; mio padre non andò  mai a scuola perché a sette anni portava le capre alla “Screpia”, non molti arrivarono alla terza; alcuni per frequentare la quinta elementare andarono ogni giorno a piedi a Palombara, proprio come Pierluigi poi ci andò in bicicletta per le medie. 
     Pierluigi dice, riferendosi al presente: “ La cultura è stata molto diluita così si filtra meglio. Siamo ritornati, quasi, a riservare la cultura a pochi; in parte a chi può finanziariamente”. Pierluigi è troppo buono, dicendo “Siamo ritornati, quasi, a riservare la cultura a pochi”.
   Ricordiamoci che fino al 1913, si aveva il diritto di votare solo per censo, cioè potevano votare solo coloro che pagavano tasse al di sopra di una certa somma: in altri termini potevano votare e gestire il potere solo i ricchi e gli agiati. Figuriamoci che ai plebisciti per l’annessione al Regno d’Italia furono ammessi a votare per ciascuna regione solo qualche migliaio di elettori ( e li chiamarono e li chiamano ancora plebisciti!). 
   D’altra parte le scuole superiori erano riservate comunque alle classi agiate e privilegiate. Nel 1923 la riforma della scuola di Gentile strutturò il liceo classico come scuola per la preparazione della classe dirigente: e chi poteva allora frequentare il liceo classico se non i figli dei ricchi, appunto destinati a governare?
   Don Milani, negli anni Cinquanta, fondò la scuola di Barbiana  perché quei poveri montanari del Mugello potessero conquistare la libertà e i vari diritti con l’apprendimento nella scuola. La sua battaglia per l’istruzione fu anche una battaglia contro la scuola classista, cioè contro una scuola che privilegiava la classe dei ricchi e che penalizzava la classe dei meno ricchi (anche per questo dovette sostenere dissidi con la sua Curia). Ed erano i tempi della democrazia, dopo la Resistenza e con la nostra Costituzione repubblicana!
   Mi sembra che sia ben chiaro come la classe dominante cerchi di gestire e conservare il potere proprio con la politica della scuola, cioè gestendo la scuola in modo che le classi subordinate non possano accedere alla cultura o vi possano accedere soltanto con grandi sacrifici. La scuola è uno dei principali strumenti di potere, di selezione della classe dirigente; ma molti, troppi, non lo sanno o fanno finta di non saperlo.   
    La Democrazia Cristiana per mezzo secolo cedette alternativamente i vari ministeri agli altri partiti, ma mai il Ministero dell’Istruzione; ne conosceva bene l’importanza.  Il sistema americano concede a tutti la libertà di studiare (libertà fittizia) poi chi ha pochi soldi può frequentare università poco costose (e poco qualificate) i ricchi invece possono frequentare  università a cinquantamila dollari di tasse l’anno: ma queste sono università che qualificano gli studenti alla direzione delle strutture vitali dello Stato, cioè a governare il Paese.
   Da noi ancora c’è una buona scuola pubblica che però viene indebolita progressivamente, secondo un piano in direzione di un ritorno alla scuola classista che durerà decenni, in modo che gli interessati non se ne avvedano. Per ora si cerca di scopiazzare in tutto il sistema scolastico americano, soprattutto nei metodi, ma in fondo anche nelle strutture (sistema universitario con lauree triennali e magistrali) e valorizzazione delle scuole private (vedi LUISS, LUMSA, Bocconi, ecc. in cui le tasse si aggirano intorno ai novemila euro annui, per ora). E non è cosa buona. 
   Il metodo d’insegnamento conta molto nell’indebolire l’interesse dell’allievo per l’apprendimento, per il sapere e per la scuola. Col metodo di un nozionismo esasperato, di un insegnamento per schede e per quiz, di un insegnamento ai limiti delle capacità d’apprendimento, i figli dei meno agiati troveranno insuperabili ostacoli nelle promozioni e mille difficoltà nella prosecuzione degli studi, si sentiranno mortificati, per cui si daranno all’abbandono scolastico e non potranno avere poi accesso alla classe dirigente; invece i figli di famiglie agiate disporranno, oltre che di un ambiente culturale favorevole, anche di ripetizioni private e altri strumenti di sostegno, per cui troveranno facilitato l’inserimento nella classe dirigente di cui già fanno parte le loro famiglie.
    Altro che le difficoltà delle strutture!  Non è importante che nelle aule ci piova e si senta freddo.  Nei primi anni sessanta, io e mia moglie insegnavamo, come anche tantissimi altri maestri, dentro aule che erano stalle ripulite e che i maestri più volenterosi cercavano anche di tinteggiare magari con la semplice calce e l’aiuto degli alunni. Ma insegnavamo in modo che gli alunni potessero capire e superare le difficoltà individuali di apprendimento, in relazione alle loro personali capacità naturali e ai loro ambienti socioculturali di provenienza. Non mi pare che sia più tanto così: si va avanti non più tanto suscitando l’interesse e l’amore per il sapere, quanto misurando le conoscenze acquisite con griglie di pretese  valutazioni oggettive. E si rischia che le famiglie siano in continua contrapposizione con gli insegnanti dei figli.
   Potrà essere questa ancora una buona scuola per i figli della gente comune?  Gli altri, i benestanti, si sceglieranno le scuole e si faranno le ripetizioni in casa. Mi pare  ovvio.
                                                       Luigi Filippetta  


NOTA:
Caro Giggi,
mi ero riproposto di non aggiungere nulla per non creare il famoso trenino, ma una parte specifica della tua riflessione mi ha fatto ripensare ad una, allora, nota canzonetta napoletana, cantata da Mimì Ferrari (un cantante molto estroso) che iniziava così: “La fortuna quand’è fortuna, non c’è nessun che la può fermar: nessuno c’è! Sono nato con la camicia, col cappello e con il paletot ma l’ombrello non ce l’avevo quando il cielo si annuvolò!”(la canzone si intitola “Ciaciarè”o Ciaciarella ).
A me sembrava di essere tanto sfortunato a dover andare a scuola ad otto chilometri di distanza, in bicicletta; mio padre, che fu uno di quelli che per fare la quarta elementare (nel 1908 la quinta non stava ancora nemmeno a Palombara ) dovette andare A PIEDI a Palombara, mi diceva appunto che ero fortunato!
D’altronde, la stessa cosa ho detto io ai miei figli che si lamentavano che per fare le superiori, con l’autobus, dovevano andare chi a Tivoli e chi a Monterotondo!
È la famosa ruota!
Ciao Gì e se la chiuderai qua, nessuno penserà male di te!

 
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