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     Luigi Filippetta

                                                        QUESTIONI DI SCUOLA 1

                             QUESTIONI DI SCUOLA 

 

  Nella scuola di oggi non mi pare che si parli più di pedagogia, cioè dei principi che possono orientare le nuove generazioni dentro un sistema socioculturale. Non per parlarne accademicamente, ma perché essa li enunci e li chiarisca in modo che le nuove generazioni ne interiorizzino i valori e li adeguino alle nuove condizioni che si vanno determinando nel tempo.

   Mi pare che si parli invece molto di didattica, cioè di strumenti ed espedienti per facilitare agli alunni il processo di acquisizione di competenze ed abilità all’interno di un sapere già definito e funzionale alle categorie dominanti, che oggi son quelle del mondo industriale e di quello delle finanze.

   Ovvio  che così si ponga un problema non grande come una casa, ma grande come il mondo intero, cioè il problema dell’educazione dell’individuo, come libertà e possibilità di svilupparsi e realizzarsi in quanto persona, secondo le sue doti naturali e  le sue potenzialità creative. Ovvio che questo problema è quello pedagogico.

   Nella prospettiva del problema, può essere vero che la tecnica, come dicono i filosofi Severino e Galimberti, abbia assoggettato l’uomo, ormai costretto a subirne e a viverne gli sviluppi, senza più averne alcuna  possibilità di controllo, ma solo la possibilità di accoglierne i risultati (come conseguenze si vedano la globalizzazione e ancor più l’urbanizzazione, con megalopoli che ormai raggiungono i trenta milioni di abitanti).

    Comunque, pur nello strapotere della tecnica, la scuola ha il compito primario di prendere conoscenza e coscienza del mondo in cui è chiamata ad operare per rilevarne le finalità educative (pedagogia) e solo in un secondo momento ha il compito di farlo conoscere nei modi e con gli strumenti più efficienti ed efficaci alle nuove generazioni (didattica). Anzi, più esattamente, essa non può svolgere una funzione didattica effettivamente efficiente ed efficace se prima non ha una chiara cognizione  non solo del mondo contemporaneo, ma anche delle linee vettoriali dei valori del  futuro verso cui il mondo si muove, cioè senza la conoscenza dei problemi pedagogici..

   Mi pare che invece oggi gli insegnanti siano piuttosto indotti a trascurare la dimensione pedagogica della loro opera, ed a concentrarsi  pragmaticamente invece sull’input / output di una didattica cognitivistica, asfittica, nozionistica e autoritaria. E sono indotti altresì ad un lavoro  programmatorio asfissiante che va ben oltre l’orario d’insegnamento vero e proprio. Le  loro energie così vengono disperse per forza in attività e in orari di lavoro che ben poco hanno a che fare con le autentiche finalità educative, proprio quelle finalità che dovrebbero essere  sviluppate da una pedagogia  adeguata alla nostra realtà  così dinamica ed anche così confusa.

   Non penso che la colpa di ciò sia  della cosiddetta “Buona scuola”, anche se anch’essa vi contribuisce pesantemente.  Perché a rovinare le condizioni educative della scuola, dopo i Decreti Delegati del ’74 che iniziarono a sgretolarne la struttura, sono stati principalmente i sindacati, che vollero degradare gli insegnanti, maestri e professori, a “lavoratori della scuola”,  cancellando più o meno implicitamente il senso della loro opera educativa e limitandolo  alla sola trasmissione  meccanicistica di conoscenze, cioè alla semplice didattica.

  Sono stati essi, così, ad equiparare l’ insegnamento ad un’opera puramente manipolativa, quasi che gli insegnanti producessero manufatti quantificabili e non attività che sfuggono sia alle quantità orarie di lavoro che alla produttività comunque misurabile. La loro opera infatti non riguarda la compilazione di scartoffie o la produzione di barattoli, ma la delicatissima guida di realtà estremamente complesse come sono le persone degli alunni  nel loro sviluppo evolutivo.

   E non meno colpevole è stata la cosiddetta “riforma Berlinguer”, poiché non solo ha realizzato un sistema scolastico inteso come aziendalismo  competitivo in regime concorrenziale, ma ha deprivato la scuola della sua azione specificamente pedagogica, impelagandola, fra debiti e crediti, in tecnicismo didattico del tutto surreale. Peggio, con l’autonomia,  ha inteso e realizzato gli istituti come aziende che si fanno tra loro concorrenza per l’acquisizione del maggior numero possibile degli alunni che vi assumono la figura di clienti.

   E qui mi corre l’obbligo, a me di sinistra da tutta una vita, di sottolineare come sia stata propria la sinistra a svolgere un’opera di logoramento e sgretolamento della scuola in funzione della destra.

   Dire che ciò mi fa rabbia, o che mi fa venire i brividi, mi pare del tutto superfluo.

                                                                                           Luigi Filippetta

                                                                                Direttore Didattico in pensione


 
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