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         POESIA  


      LA SCUOLA                      PARLIAMONE
 

giggiLA PAGINA DI GIGGI  

FILIPPETTA LUIGI
 
CENNI BIOGRAFICI
 

   Nato a Moricone il 18/10/1926, Luigi Filippetta (Giggi), appartiene a quella non esigua schiera di giovani che tra le due guerre mondiali e particolarmente nel secondo dopoguerra, s'ingegnarono di studiare da soli, non avendo i mezzi per frequentare una scuola, che allora e fino agli anni '60 per andare oltre la quinta elementare si doveva andare a Tivoli o a Roma. Da autodidatta, fu prima insegnante elementare poi direttore didattico. Attualmente è in pensione.

Collabora sin dal 1949, pur con lunghi intervalli di silenzio, a periodici artistico-letterari.

Ha pubblicato poesie, articoli d’interesse scolastico, note di critica d'arte e letteraria, TRENTA EPIGRAMMI (raccolta), SUL SENTIERO DELL’AMORE (recita), D. LAZZARETTI E IL SUO MOVIMENTO RIFORMATORE (saggio divulgativo);  ha curato l’edizione della silloge VERSO L'APPRODO di suo padre. E’ stato premiato più volte in vari concorsi letterari: nel 1975, al premio CONTROVENTO, gli fu conferita la medaglia d’oro (1° classificato); al VILLA ALESSANDRA 1976 gli fu attribuito il Lauro d'oro « per la somma delle sue pubblicazioni e per la validità del suo messaggio umano ».

E’ stato chiamato a far parte della giuria del VILLA ALESSANDRA 1978.

Di lui G. Marzoli ha scritto: « E’ indubbiamente un poeta d’alto sentire, ma io gli riconosco anche (per la sua critica) una spiccata sensibilità interpretativa, una forza penetrante, starei per dire trivellatrice, che ha il potere di portare alla superficie l’essenza e la sostanza effettive di un'opera ».

L. Pumpo ha giudicato positivamente la sua produzione. G. Piccari, direttore di «Quinta Generazione », ha elogiato i suoi epigrammi. S. Ramat ha messo in rilievo « l’umor selvaggio e civile » che traspare dalia sua produzione epigrammatica.

Ultimamente ha pubblicato SCORCI (raccolta di poesie);VERSI ORTICANTI (stornelli satirici); VERSI SATIRICI (poesie).

Noi abbiamo il piacere e l'onore di averlo come collaboratore..
 



CI STO LAVORANDO ........................  CE STAIO A LAVORÀ ......................        CE STO  A  LAVORÀ
      

                      LINGUA                                      MURRICONESE                                     ROMANESCO
       
  1. Versi orticanti





















 
 
 

DEPOSITO POESIE


                                                      CI STO LAVORANDO                                 ◄  ◄  ◄  ◄

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DOPO CERNOBYL
da SCORCI ( MIA TERRA)

 
Su due spanne di terra
Quante ne bastano
Per un uomo da morto,
Piantai semi di lattuga.
Dal terriccio tirato a farina
Ora verdi germogli s’incespano
Ed io con teneri gesti
Li accarezzo e rincalzo
Amoroso.
Già pregusto insalata
Con aceto superbo condita,
Olio dei miei ulivi,
Anelli di cipolla
Di fresco divelta dal campo;
E intanto canto cordiale compagno
Dell’usignolo che squilla giulivo
Sul rosso ceraso.
Cantiamo insieme,
Ma non so se domani
Io e quell’usignolo vivremo,
Se da queste tenere foglie
Lo iodio e il cesio maligni
Daranno bubboni di morte,
Se questa terra di vita e di canti
Di cieli turchini avrà ancora
La fede antica dell’uomo,
La verde speranza del tempo.
 













MONTE GENNARO
da SCORCI ( MIA TERRA)

 
Sempre il Monte di Giano all’albore
Antelucano saluta il Gianicolo,
Saluta Roma che incede nel tempo
Sulle rive del Tevere.
Quando poi di luce al mattino
S’incendiano gli ardui crinali lucretili.
L’immagine trasale
Oltre l’impervia valle del Casoli
Travalica lo scrimolo per l’Ustica valle
Alla fonte Bandusia,
Ove più non si ascolta il belato
Dell’esangue capretto,
Ma dove eterni risuonano

carmi sublimi di Orazio.
Splendido al sole sorgente
Monte Gennaro si eleva
Fiorito d’azzurro.
E che dentro un cielo si perde
Che in alto s’aderge nel verde
Si specchia in questo massiccio calcareo
L’inane fare e disfare dell’uomo
Tutto appare nel tempo immutabile:
E macchie bigie per balze pietrose
Da questi cupi dirupi d’ilice folti
A Roma il torrido sole d’agosto,
Porta la candida neve a lenire
Né dal Pratone più egli col plaustro
La manna dolciastra del frassino,
Né più l’accorto sabino raccoglie
Dal molle storace e dal cercine,
Anche se or non più stilla la mella
Colori, effluvi nell’aria balsamica.
Di verdi cespiti, steli, corolle,
Mirabile di polle sorgive,
Per l’Anfiteatro Linceo
Del principe Cesi che assorto erborizza
Nell’alito lieve del vento si aggira lo spirito
Di certo ivi sull’apice
In un profondo orizzonte cilestro.
Con il Soratte che lungi si staglia
Dentro una linea di golfo di ulivi
In colline dolcissime
Su un mare di verde che ondeggia

 





ANTICHI ULIVI SABINI
da SCORCI ( MIA TERRA)
 
Sulle colline che ondeggiando scendono
Dai monti alla valle del Tevere,
Simili a un gregge docile al pascolo,
Gli ulivi tendono al sole le palme,
E al vento leggero le chiome
Sembrano spume di un mare di verde.
Tra la miriade di giovani piante
Dalle tenere scorze
Antichi ulivi ferrigni
Fronde argentee al vento dispiegano.

tronchi contorti di groppi,
Le radici scoperte nei ceppi
Erosi da lupe perverse,
Sono tormenti dei secoli vecchi,

male del tempo che subdolo
Sottende l’agguato funesto
Sotto la scorza ed il legno corrompe
Di dentro alle fibre vitali.
Pure all’alito lieve d’aprile
Scorre come in vene nelle corde rigonfie
La linfa e dai catorzoli gibbosi
E di sotto alla scorza scabra esplodono
Vigorosi i polloni
E i rami inverdiscono, teneri
Di candide spighe s’infiorano
In un trionfo di vita che vince
La carie maligna ed i secoli.
Questi antichi ulivi che affondano
Radici sulle colline di Numa
Oggi alla pace le fronde consacrano,
Oltre le acide piogge e i veleni
Ancora ostentano turgidi frutti
Agli stomi che volano
Nel cielo in rapide nuvole nere.
Io   che nel tempo mio giovane vissi
Di essi alle cure solerte
Oggi pio una loro esile palma
Benedico all’amore degli uomini.
















 


PIAZZA DEL MIO PAESE
da SCORCI ( MIA TERRA)


Quando giocavo alla lippa, fanciullo,
E il mondo intero pensavo
Dentro l’orizzonte,
La piazza del mio paese
M’appariva ben grande.
Là m’affannavo
In lunghe rincorse d’amici
Alla luna d’estate;
Là nei concerti di festa della banda
Correvo nel labirinto della folla
Incantata alla musica.
Tutta la gente del mondo
Accogliere poteva
E tutti i miei giochi e i miei sogni
La piazza del mio paese.
Ora è una piazzetta,
Con soli quattro passi la misuro;
Può stare tre volte dentro al cimitero
Che allora era un piccolo rettangolo
Con quindici cipressi.



















 

LA VERITÀ


Questi quattro sonetti con tema “Verità” compaiono con i numeri assegnati all’interno di una mia corona di sonetti con una tematica più ampia.


XII La Verità

Per il micione è verità l’olfatto,
Per la folla è quella in cui ci ha fede,
Per cui anche alla prova non ce crede,
Pure a quella incontestabile del fatto.

La fede se la trova dentro al piatto
Perché oltre quel piatto non ce vede;
E governa chi quel piatto gli concede
Cento volte mangiandogli il baratto.

La verità sarebbe la salvezza
Se la folla avesse un bon sapere
E non avesse invece la capezza

Con cui ben la domina il potere
Fornendogli una stupida certezza
Per dargliela poi al solito da bere.








 

XIII La Verità

La verità da sempre se sbologna
Come il bianco ce se cambia in nero
E un numero s’annulla uguale a zero,
Come una colpa che non ha rampogna.

Perché tutto se fa senza vergogna
E col puro egoismo nel pensiero
In vista d’ un potere che ha il suo vero
Basato su una solida menzogna.

Tutto se fonda sull’ipocrisia
D’una chiara visione e se nasconde
La verità de dietro alla bugia.

Per cui tutto il sistema se confonde
Nella mente dei gonzi in diceria
Delle idee politiche profonde.








 

XIV La Verità

Pensa a quanto è insozzato un poveraccio
Per un bricio de colpa de coscienza:
Non potendo celare l’evidenza
E’ disprezzato simile a uno straccio!

Ma chi ce tiene la tagliola e il laccio
Pure reo de crimini in sequenza,
Con soldi se dissimula e con scienza
E al solito se libera d’impaccio.

Anzi ce piglia plauso e consenso,
Ce comanda, ce se lustra e magna,
Viene stimato un santo con incenso;

E viene posta in loco sepolcrale
La verità vestita in cappa magna

 









 

NOSTALGIA DI NATALE
da POESIE PER LA SCUOLA


Se ritornasse la ciaramella
A suonare dentro le case,
Si diffonderebbe di nuovo
La nenia più bella
Che nel ricordo sol ci rimase
A cullarci i sogni del cuore
Per un mondo stupendo tutto d’amore.

Se si potesse tornare bambini,
Non vorrei l’esile e nordico
Albero di Natale,
Neanche il pandoro,
Neanche il torrone
O le gianduie col panettone.

Vorrei solo un grande presepe
E un ciocco grande che fa le faville
Insieme con la nonna
Che con tono sommesso e voce lieve,
Mentre di fuori cade la neve,
Mi racconta ancora una volta
La fiaba più bella del mondo,
Vorrei vedere un angelo biondo

Che scende giù dal camino
Portando in braccio Gesù Bambino.

 





















 

A PIZZICHI
da A PIZZICHI

Fior de ligustro,
Ma che razza de mondo è questo nostro,
che è così sporco e che se dice lustro?

Fior de mughetto,
Poiché tutto è finto e così brutto,
Se non altro cantiamogli a dispetto!

Fior de patata,
Ai falsi e furbi dentro la partita
Diamogli un fischio e qualche pizzicata!

Rosa appassita,
Lasciamo assorto il povero poeta
Su quella sua strofetta infreddolita!
















AI  REVISIONISTI

Voi amanti d’un perfido potere
 A noi tutti che fummo testimoni
 Di torture e di brute impiccagioni
 Lasciateci morire in miserere.

Usando il vostro solito mestiere
 Farete poi le vostre revisioni
 Confezionando storiche nozioni
 Nei libri poi stampate come vere.

Fatta in frottole simili è la storia
A tonde palle degli stercorari
Prodotta dalle penne menzognere.

 A noi che abbiamo viva la memoria,
 Pazientando un po’, siamo ormai rari,
 Risparmiateci il falso in miserere.

 













 


U  CONDATINU
 

Liggittimu stu tembu no’ mme pare,
  S’è ffattu scuru e trona a Maccarese;
Pija ‘a sappa e revattene ‘n paese,
 Dice u proverbiu, quanno trona ‘n mmare.
 Speremo che non piova come appare
 Oggi o innotte  sopre a sta maese,
 C’è da pregacce pure sull’artare.
Mamma che mestiere u condatinu!
Mo sopre a terra gela, mo ce fiocca,
 Mo se sta senza ranu o senza vinu;
‘Na stagione ‘a liva non te tocca,
Mo piove troppu, è mo troppu sirinu:
Ce speri solu a quanno te retocca
 
 












 

U  LAMENDU


Stu capu no’ mmu sendo pe’ lla quale
 Cu scirocco che tira d’a mmatina 
E che me passa rittu arreto a schina,
Me sse porta u varnellu cu sinale.
 Oddio l’ossa come me fau male!
  Me ce vurria ‘m bo de midicina;
Me vè’ l’affannu  mangu fosse ‘a strina
E ‘e cianghi me pesanu ‘n quindale.
E mmonna a mezzu o ranu che patisce,
P’a cena po’ prepara du’ sagnozzi
 Pe’ stu maritu che no’  mme capisce.
Semo  stati  mo co’ ddu carozzi
E co’ ‘n docciu de pa’. Se se ‘ccanisce,
Casco pe’ tterra co’ ddu piribbozzi.











 

DENTRO MI STANNO I MORTI
da SCORCI ( MIA TERRA)


Cammino per le strade
Del mio paese
Alla luce della luna
E mi torna memoria
Dei compagni
Pronti a rincorse
Di canti per i vicoli
E a spiare occhi di fanciulle
Dietro spigoli la sera.
Mi toma memoria di vecchi
Che nei pensosi crocchi
Fuori dagli usci
Ancora per vivere
Un tempo esausto
Usavano racconti.
Cammino per le strade ed ora
Dentro mi stanno i morti
Ad occhi aperti.
Ai crocicchi
Sono vuote le case
E tacite le ombre.
Ora il suono dei miei passi
Echi remoti sovrasta
Di voci e di parole,
Batte il tempo
Che il cuore consuma e le cose.
Ed è immutabile la vita
Nel suono delle pietre, negli archi
Che ritmano silenzi
Ed ombre su per gli angoli di strade
Ai lampioni che sguinciano la luce
Nella sera.





 

 




 

T’A RECORDI ?

                    
                         
                             I
T’a recordi ‘lla vanga co u sappo’
E ‘a gravina co ‘a penna pe’ rrocchja’
E co u piccu a ‘nno tufu pe’ mmena’
Che  finu a ssera ce roppea u gróppo’?

Tutti se ll’au scordata ggià da mo’
Da quanno che a nne Roppe ce se va
Co ‘a machina come a nna città
Che più commiti propriu non ze po’.                            

Chi se recorda ppiù d’a cupelletta
Co’ ll’acquatu o ll’acqua e ‘na cannella,
 D’o  pa’ portatu trendo a ‘na sparretta,

De quanno se bevea a garganella
 Cu pede missu sopre a la staffetta?
Ce se so’ fracicate ‘e cerevella?       
                        II
Ma quali cerevella?  ‘A quistio’
E’ che quilli ch’eanu fore cu somaru
E che pe’ tuttu u giornu ddoperaru
C’a schina rotta, ‘a vanga c’u sappo’,    

Non ge stau più mica  a Murrico
Ché pianu pianu tutti i sotterraru
Quilli de doppu a Passu Callararu
Ce correanu c’a machina, però

Hau vinnutu pure ‘a somaretta,
 Hau levate ‘e fratti coi carracci
 E coju ‘a liva co ‘na machinetta;   

Com’o sau di rungi e di marracci
Du surricchju o d’una marraccetta,
De ‘n mmunnu de fratticci e poeracci?      
                        III
O male non è quillu; o male sta                                                                           Che se so’ scordati du Cunnuttu,
De sor Colomba, e ch’au distruttu
Gni cosa che un utile non dà.

E non jé ‘mborta de cent’anni fa
Se u frullu o se u retrecine s’è rruttu
Ma solu se ‘na cosa jé  dà fruttu,
Se‘na cosa jé serve pe’ campa’.                                                                                                                                                                     
Se scordanu d’e moniche, de quelle
De Murrico’, de ducent’anni: e po’
Dell’emigranti : o cocce scordarelle!

E peggio che più peggio non ze po’
 Pure d’a bibrioteca! Poerelle
‘E scritture che so’ de Murrico’!









 

 

 

TRENTA EPIGRAMMI




CONGEDO

In un mondo
in cui si pensa col denaro,
come tu, libretto caro
e improduttivo,
sperar puoi di restare vivo ?
Vedi tu se puoi trovare
gente semplice ed onesta
che ancor pensa con la testa.




LA COSCIENZA

Abbiamo la coscienza tutti eguale,
non più nel cuor ma scritta sulla carta,
il cui rimorso è dato
dal codice penale.




AD UN POETA

Ti lasci andare dietro le parole
che vanno come aritmiche farfalle ;
tu le trascrivi e dici
che ognuna d'esse è gemma trasparente.
Ed è pur vero
perché io dentro non ci vedo niente.





IL RISPETTO

Per rispetto dell'uomo

siamo giunti al rispetto per l'infame,
mancando di rispetto al galantuomo.

 


TUTTO E' POESIA

Poesia gridata
e recitativa,
poesia della pagina bianca,
poesia visiva
e quella silente :
poesia del niente.

 

 

AD UN BUROCRATE

Una firma e un timbro,
la notificazione all'altro ufficio
neIlo stretto rispetto della norma,
e in pace ti metti la coscienza,
Ma quando morirai
e l'angelo la carta avrà timbrato,
andrai bussando per le vie del cielo
perché nessuno t'aprirà le porte :
per te l'angelo il timbro avrà sbagliato.




EPITAFFIO

Qui giace
l'Uomo Contemporaneo:
fu al produrre e al consumo perspicace
non rise e non cantò
non pianse e non narrò
vecchio morì
senz'essersi avveduto
d'essere almeno per un dì vissuto.
O viandante vai
non ti posar giacché
costui da te
non meritò un saluto.




ALL'ARTICOLISTA A. B.

Sei persona pensosa sì che a fiumi
dalla penna ti escono i problemi ;
quando vai al bagno, quando mangi
e fumi li dissolvi,
li mastichi, li spremi.




LA GENTE

Quando parla un sapiente,
delle sue parole s'imbeve la gente,
che le ripete con lo stesso suono
ma non s'avvede mai
che quelle più non sono.




FREUD

Con nuova scienza
all’uomo spalancò l’interno abisso.
Ora l’uomo si guarda dentro fisso
e nel suo fango cerca la coscienza.




UGUAGLIANZA

Parlando d'uguaglianza e andando avanti
di questo passo, vedrai, non manca guari
che gli uomini s'uguagliano ai somari.




CIVILTÀ' MODERNA

La popolazione
promossa a popolo
fu carne da cannone ;
or degradata a massa
è mezzo di consumo e produzione :
è tutta qua
la grande storia della
moderna civiltà.




LA MORALE

La morale,che un tempo
bella figliola fu della coscienza,
con l'aborto e la pillola ora fatta
è un prodotto della scienza.




PAROLE DI MODA

Quando parli o scrivi
dopo l'approccio ci metti l'impatto ;
l'approccio è lento,
l'impatto violento :
attento allo choc
del tuo cervello sfatto.




A UN PIAZZAIOLO

Sei un di quelli che mi fan paura;
in tempo di democrazia
dimenando la lingua
vuoi sembrar leone ;
in tempo di sventura
dimenerai la coda al tuo padrone.




PROGRESSO

Con la sola fantasia
messer Ludovico dalla
luna riportò una favola
ed Astolfo la ragion d'Orlando.
Con tanta scienza e mille miliardi
gli uomini d'oggi
dalla luna han riportato appena
un pugnello d'arena.



SPERIMENTAZIONE DIDATTICA

Questi è Pierino
che frequentò la scuola
dal metodo avanzato :
n'ebbe lustro il metodo applicato
ma lui restò cretino.




GIORNALI E TELEVISIONE

Vedi come Giovanni
se ne va un po' moscio ed intontito?
Con la sua giusta dose giornaliera
del quotidiano al mattino,
della televisione alla sera
a poco a poco s'è rincitnillito.



I GIORNALI

L'amico scultore Tal dei Tali
a raccogliere è intento
quintali di giornali
in ogni angolo della sua città;
dice che vuoi farci un monumento
alla Banalità.




PAROLE DI MODA

Oggi si lotta, ed è la nostra sorte,
con tutti e tutto, pure con la morte
(oh povera la morte
se nella lotta aspra e disperata
muore ammazzata ! ).




SECONDO EPITAFFIO

II poeta odierno
giace qui morto;
la sua anima all'inferno
è condannata a zoppicar su sillabe
del suo verso distorto
e quando riposa
a starsene in posa
su pessima prosa.



I RADICALI

Costoro nella foto presi
son tutti radicali
che si grattano piano
gli ultimi pruriti borghesi
con un flore in mano.



A UN TIZIO

(per la moda delle idee avanzate)
D’idee avanzate d’essere ti vanti;
ed è ben vero, che esse sono marce
come gli avanzi d’otto giorni avanti.




I PIÙ' VENDUTI

Or hanno la classifica inventato
dei libri più venduti
presi come salami sul mercato.
Oh non poveri i libri sconosciuti,
ma povera sapienza a mercatura
che da soldi ed effimera onoranza
e non già per ignoranza di cultura
ma per folle coltura d'ignoranza!



GLI INNOVATORI

Nella nostra bandiera sventola
il dogma dell'antidogmatismo,
il mito della demitizzazione,
il conformismo dell'anticonformismo;
e con questa mistura
vogliamo rinnovare la cultura.



LA LETTERATURA

Un tempo la letteratura
insegnava cultura e bello eloquio,
ma quella d'oggi insegna la bravura
nel turpiloquio.



FRATERNITÀ' DI POPOLI

Aboliamo i confini,
ai popoli parliam di tolleranza:
oh delle multinazionali
la santa fratellanza!




POLITICA CULTURALE

Perché sarebbe stata gran fatica
sollevare il popolo
dall'ignoranza antica
alla cultura,
hanno abbassato la cultura al popolo
seppure del saper non siam cultori,
ora un popolo siamo di dottori!



POLITICA DEMOGRAFICA

Chi riesce a non affogare
nel mare di parole che dilaga
in questo nostro tempo,
sia condannato a leggere
ogni dì due giornali
e due murali,
ad ascoltare a giorni alterni
un politico e un sindacalista;
e se pure così non muore,
senza alcuna compassione
sia inchiodato nel televisore
in trasmissione!



LA LIBERTÀ'

Dalla libertà di parola
a quella delle parolacce,
dalla libertà di stampa
alla pornografia alla libertà del sesso.
Ognuno che la vuoi gratti la rogna,
ma povera la libertà,
che a talune libertà ridotta,
muor di vergogna!








 

 

MITI COLLINE
da SCORCI ( MIA TERRA)


Miti colline della mia Sabina,
Terse al tiepido sol di San Martino,
Nuove mi siete all’odore
Della pioggia recente,
Nelle foglie che svolano
E sull’erba si disfanno.
Fin qui non giunge un mondo
Che stride di lamiere
E assorda di motori,
In cui ognuno è sospinto ad andare
Ma non sa dove
E cerca ovunque
Ma sé più non ritrova.
Qui l’orologio è dimentico
E il tempo ritorna reale
Commisurato all’equo
Trascorrere del sole.
Tra voi forte è il richiamo
Delle attese feconde di ritorni
In cerchi di memorie,
E più lungo è l’esistere,
Più vivo in cuore.
Qui tra voi non sento
Il patire dei trapassi:
Col trascolorare e cadere delle foglie
Colgo il ritorno delle cose vive
Nel grembo della terra
In un tranquillo spegnersi di vita.
E come pare sereno il nascere e morire,
Come pare assurda
L’angoscia che ci preme!

 

 

 







 

U CATTU A LA CACCIATORA

Da ‘mbo de tembu l’eanu miratu
Perch’era grossu e grassu e non chiappava
Più mangu i surgi  e solu se magnava
‘Che licerta e ‘che scartu sgraffignatu.
Già eanu quaci tuttu preparatu;
A  nnu saccu u ficcaru, ché raspava,
jé tajaru ‘a capoccia, e chi  spellava,
Chi reggea, cucì fu scorticatu.
U cucinaru be’ a la cacciatora
All’invitatu dissiru però
D’un lepere mmazzatu de bonora.
Doppu magnatu unu gnaulò;
E quill’amicu se n’accorse, allora
Pure issu de ride’ se sforzò.












 

IERI E OGGI

Vogliamo dir cos’erano i poeti
Nei tempi dei signori e dei baroni?
Erano allora pifferi e tromboni
Al servizio dei nobili e dei preti
.

Ora i magnati vogliono mansueti
Prosatori che svolgano missioni
In carta e video a tessere ragioni
Secondo gli interessi assai discreti.
Altro che carmi ed inni o poemetti!
Ci vogliono ora articoli ben chiari,
Scemenze varie moniti e fischietti
Da rifilare con modi solari
In momenti opportuni o maledetti
Per battaglie nel regno dei denari.













 

LA FOLLA

Questi tre sonetti sono distinti dal numero della loro posizione all’interno della mia corona di dieci sonetti intitolata LA FOLLA.

 

I

Folla è quella che al gioco del pallone
Scuote lo stadio d’urla ad un rigore;
E’ quella che ascoltando una canzone
Strilla, si pigia, invoca il suo cantore;

La stessa è che ciabatta in processione
Ed implora perdono dal Signore;
E’ quella stessa che in corteo si pone
Or con giubilo grande, or con furore;

Ed è la stessa che scelta ed ordinata
In reparti con bellica armatura
Alla guerra a morire è comandata

E a dare morte. Per mia e sua natura,
D’essa io estraneo, quale sia, allietata,
Minacciosa o implorante, ho gran paura.


II

Il popolo è una perfida invenzione
Perché è soltanto folla, moltitudine
A cui piace di stare sull’incudine
Forgiata dalle voglie d’un marpione;

Ricerca un prepotente per padrone
Che la guidi, com’è sua attitudine
D’essere branco, e gli offre gratitudine
Anche se volta a carne da cannone.

E se così non fosse, non l’istinto
Avrebbe per tendenza, ma l’azione
Gli farebbe il cammino assai distinto

Tracciato da una solida ragione,
Per non trovarsi dentro un labirinto
Seguendo la carota ed il bastone.


VIII

La mia fu tremendissima illusione
Allor, dopo la guerra, fra’ Tommaso,
Quando dare si volle la ragione
Al popolo beota in ogni caso

Con la scuola per tutti; così a naso
Pensai che fosse tolta la cagione
Di subalternità. Poi fui persuaso
Che la mia fu ingannevole illazione.

L’etologo soltanto spiegazione
Mi poté dare: come una canea
Al capobranco fa sottomissione;

La folla in piazza dice il volgimento
Verso chi la comanda; qui è l’idea
Che il popolo non ha miglioramento.

 

(Leggendo “La Plebe” di Tommaso Campanella)














 

'A CESARINA

Me so’ rrizzatu pe’ ì ‘nna Cesarina
Tra luscu e bruscu co’ stu tembu stranu
Pe’ somenda’ quist’anno ‘mbo’ de ranu,
Co’ ‘a speranza de fa ‘mbo de farina.
Ma penza ‘mbo’? Cammina che cammina,
Quanno ch’era rrivatu a Crovagnanu,
Siccome camminemmo pianu pianu,
Tenemmo u sòle già de reto a schina!
Che ce frega, emo ittu, che massera
No rrevenemo mangu a Murrico’:
Ce ddormemo de là pe’ cche mmanera!
E’ ‘ n tribula’ che non ze fa da mo
P’i fiji, che stiano mejo ce se spera
De nui, doppu che jamo loco jò (1)


1) Loco jò = al cimitero


 













 

'A FEMMONA DE MURRICÓ

C’a canestrella ‘n gapu e a ‘nne mani
I ferri c’a carzetta, co u cotto’
D’u gnummiru ‘n zaccoccia,a corre jo’
Pp’a strata co a sargiata pe’ Ricani;

Sembre ‘ffannata a fa che mangu i cani:
Lesta lesta a parla’ che non ze po’,
A move lli firritti co u dito’
Che tu quaci ‘ngandatu ce remani.

Cucì era ‘a femmona de prima,
De Murrico’, che mangu se fermava
Mangu se stea siduta, perché ‘a scrima

Facea a fija e doppu ‘a spedocchjava,
Mettea ‘e pezze ‘n gulu a ‘nni carzuni,
E u focu p’i sagnozzi rettizzava.  














 

'A SCANNATURA
E 'O BRODO D'OSSA

Comma’, so ita mo da Catarena
A combramme du’ sordi ‘e scannatura
Pe’ fammece ‘n patella ‘na frittura
C’a cipolla e magnammela pe’ ccena.

Maritimu ha portatu ‘n bo de lena
Secca de ‘na vecchia potatura:
Ce bollo ‘o bbrodo pe’ sta criatura
Co du’ ossa e du’ nervi pe’ fa scèna.

Commare mea, questo se po’ fa!
Sembre a panammullu co ‘a cicoria
E coi facioli non ge se po’ sta;

Gni ggiornu che ce reve’ è ‘a stessa storia,
Sembre ‘a stessa e non ze po’ camba’,
Ché ce se perde ‘a panza c’a memoria.  












 

CAMPOSANTO DEL MIO PAESE
da SCORCI ( MIA TERRA)


 

Camposanto silente del mio paese,
Dove le ossa dei miei sepolte riposano
E dove le mie la tomba non avranno,
Da sempre ti ho in mente, luogo di mistero
E di cipressi come funerei pennoni
Protesi nell’azzurro.
Già villa di patrizi antichissimi
Per i cui atri ornati di colonne fastose
Andavano matrone e festose ancelle danzavano
Nel tedio dei ricchi, or nei ruderi sei
Sepolcro di poveri, posteri forse
Di schiavi che un tempo leggero premevano
Sulla pelle lo strigile nel bagno aulente
Ai superbi padroni.
Pur cambiano i tempi e ora ivi
Le ossa di mio padre in una buca
Di terra si macerano, perché tornino polvere
In trionfo di vita, d’erbe fiorite e d’alberi,
Di nidi, di canti, di voli d’uccelli
Come egli in saggezza richiese.
Ma lungo i viali sopra camere ornate
D’antichi mosaici, sepolcri marmorei
Dei nuovi arricchiti nomi e date riportano
Illusi di vivere per sempre nel tempo,

Per soltanto una scritta su un’urna di pietra,
Inane custodia delle ossa fatte fragile
Calcina nel fluire incessante del mondo.
Così è che oltre i palazzi per i vivi
Oggi si fanno quasi santuari le tombe per i morti;
E i cimiteri sono città di defunti
Che tetre avviluppano quelle alacri dei vivi.
E così che il progresso che è vanto moderno
Gli uomini ha spinto a un luogo medesimo
Per morire e per nascere di dentro a una clinica,
A un’industria di nati e a una di morti,
A città di defunti laddove potrebbe
Per ciascuno bastare per dopo la morte
Un’ampolla di cenere.
Esiguo camposanto, m’attesti tu quanto
Con le antiche rovine e le tombe recenti
E vana pretesa arrestare il volgere del tempo
Nell’illusione atavica di vivere oltre
Il limite estremo degli eventi che segnano
Il principio e la fine. Così come sei
Ti guardo commosso col trepido
Occhio non più fanciullo ma tenero ancora
D’immagini antiche che affollano
La memoria di suoni, delle voci di tanti
Che conobbi e che vidi e che ora riposano
Nella tua terra sepolti.

Ti guardo silente, ma so che finché avrò vita
Sarà solo il mio cuore di quelli che ho amato
Camposanto fiorito

 


 

 







 

DON DOMENICO

Quanno passava ‘nnanzi da Ddiodoro,
Ddiodo’ – dicea pianu e a vvoce bbassa –
Non me pialla’ e taule p’a cassa!
‘O dicea don Domenico Santoro.

-Nghjodale solu, perché au mortoro
Me pozzanu porta’ finu a nna fossa,
Tandu se fracicanu po’ co’ ll’ossa,

A cche pozzu sirvi’ mangu se d’oro?
Sittu sittu se ne i’ finita ‘a guerra
Trendo quattro taule raspose

Co ‘na cassa a nna bucia sottoterra.

Ea fattu i battesimi e ‘e spose,
Ea capitu che su questa terra
De porvere se fau persone e cose.  

 










 

I CARZOLARI

Eranu una gghjcina i carzolari:
Ce stea Zirucattu, u Pilusittu,
Caciappa, Bilardinu e ppo’ u Billittu,
Marcello, Mariucciu e ppo’ quill’ari.

Faceanu scarpi come p’i somari,
Ch’i chiodi sotto e pure c’u firrittu,
Ch’i currioli pe’ legacce strittu
I scarpuni pe’ icce a ‘nni streppari.

E ddaje a rresola’! Ddaje a commatte
Pe’ rrecuci’ c’u spagu! E Ddaje ‘ngora
A ffa buci c’a subbia e ppo’ a rrebbatte!
E ppo’ a ‘nvila’ ‘a situla de coppie,
P’i scarpuni che eanu pe’ ognora
A nna fanga, a nni sassi, a mmezzu ‘e stoppie!  

 









 

U BOVARU

Ce tenea du’ vacchi pe’ camba’,
Rustiche, de razza maremmana;
Co’ quelle ce ea a lavora’
Gni ggiornata, pe’ tutta ‘a sittimana.

Era ‘na vetta e jé servea pe’ ffa
‘A maese a nne Prata e Servapiana
Co ‘a perticara e po’ pe’ somenda’,
Cu sole, cu scirocco e ‘a tramondana.

Gni ggiornu jé mettea ‘e frocette,
U giocu pe’ ll’aratu, pe’ tirà
I sulichi e tenelle ‘mbo ppiù strette

A nnu timo’ d’a bbarrozza, e porta’
Carichi de ranu o de favette,
O de fienu pe’ ddaje da magna’.  
 














 

VERSI ORTICANTI

                                 PERCHE CE ORTICO

 


Tutto finisce in cerimonia.In cui tu
Ce rosico a sto mondo de pecunia,
Fior d'agrimonia,

 

Fiore de cardo,
M'arrabbio, me ce rodo e non demordo
Con questo mondo ipocrita e bugiardo.

 

Fior de radicchio,
M'arrabbio con sto mondo e ce ridacchio,
E il fegato de dentro me rosicchio.

 

Fioretto emetico,
A sto poeta alla parola estatico
Con l'ortica facciamogli solletico!

Fior d'albicocca,
Diamo a sto mondo un graffio per ripicca
E pizzicotti a chi ce tocca tocca!

Fiori montani,
A sto mondo de pifferi e cialtroni
Per beffa ora battiamogli le mani!

Fior de patata,
Ai ciurmatori de morale ignota
Facciamogli un versaccio e una fischiata!

Fioretti a ciocche,
Diamogli un'orticata e quattro pacche
A sti poeti pieni de brilocche!

Fior de lenticchia.
Sto verso non ce brucia e non punzecchia,
Come J'ortica invece ce mordicchia.

Fiore de pruno,
Sto verso ortica tutti a mano a mano,
Anche se non ce scortica nessuno.

Fiore sintetico,
Se sto stornello critico c'è zotico
Forse a qualcuno ce farà solletico.

Fiori fioriti,
Con sti versi ortichiamo sti poeti
Da metafore in prosa sdilinquiti

 

COME CE SCRIVO

 

Fior de trifoglio,
Voi ce parlate ormai in guazzabuglio,
Io mo ce scrivo qua come ce voglio.

Fiore verace,
Se lui occhei e poi vikend ce dice,
Io qua ce scrivo come a me me piace.

Fiore de mazzo,
Se con questo linguaggio ce so' rozzo
Con l'orticare un po' me ce sollazzo.

Fiore de fratta,
Sto poeta ce studia e ce cianchetta,
e poi con due metafore ciabatta.

 

FINANZA

 

Fior de sambuco,
Se nella mela ce s'è fatto il baco,
Mo nel bilancio ce s'è fatto il buco.

Fiore de farfaraccio,
In società ce nasce il raccapriccio,
Ce paga sempre il popolo cazzaccio.

Fiore de calla,
Nella borsa ce scoppia mo la bolla
E il popolo ce sborsa e poi ce balla.

Fiore de veccia,
Sto poeta nei versi se stropiccia,
Ce s'emoziona in posa casareccia.

 

CONGEDO

 

Fiore scarlatto,
Con l'orticata ci/ho preso diletto
E mo me sento quasi soddisfatto

Fior de serpillo,
Dopo che ci/ho orticato mo ce ballo,
Ce canto uno stornello e poi ce strillo.

Fiore de parco,
Me so' sfogato e mo non me ci/alterco,
Con sto stornello invece me ce smarco.

Fiore de fosso,
Qui ciò cantato solo per me stesso,
Me so' sfogato e un po' me so' commosso.

 














 

               NOVEMBRE  A  MORICONE
            da SCORCI ( MIA TERRA)

 

             Mai un novembre fu più luminoso

            Di questo, che risplende di solari

            Giornate e nelle lunghe notti palpita

            D’innumeri astri dentro un cielo d’indaco.

 

            Mai un autunno fu più mite e bello

            Di questo, che sui campi una sottile

            Brina spolvera all’alba e nella sera

            Brucia nubi di fuoco,

            Arde i monti di rosso;

            Sui declivi  leggeri

            Anche i cerasi lasciano le foglie

            In un trepido e dolce smarrimento.

            Nell’aria che scolora

            Svapora lieve il mondo

            E vibra l’infinito

            Nel cuore che trasale

            Al senso dell’esistere. 

            Mai un novembre più di questo

            Fu splendido d’azzurro,

            Or che nell’aria fremono gli storni

            In brevi e rapide nuvole d’ali,

            E sui colli assolati, all’agitarsi

            Argenteo degli ulivi si disgranano

            Frutti maturi, canzoni solenni

            E docili motteggi si diffondono

            Dei coglitori. E l’animo si scioglie

            Pacato al giorno laborioso, dentro

            Allo scorrere quieto della vita.
            _______________

              Forse la scrissi negli anni Settanta. Ricordo che ne

 

            ebbi l’ispirazione passeggiando a “n’a strata de

            Modefraviu, nel vedere al tramonto tutto un 

            rosseggiare di fuoco “da u canale du Risiccu

            finu ai colli de Mondelibretti”.

                                                  Luigi Filippetta

 












   


SERA 'E NOVEMBRE

 
 A ‘sta calata ‘e sòle
se brucia u cieli sopre a Sant’Oreste,
‘e còste d’ì colbacchi
se dò fatte rosce
e da lontanu
sbrilluccicanu i vitri de ‘e finestre.
Mmezzu a ste piante
che dì pé dì remanu senza foje,
quaci me vè da piagne,
e ‘sta dorgezza de luci e de coluri
che drent’u core l’anima me scioje:
ma me metto a cantà;
però me vengu
parole tantu tristi
e ‘nturnu me resento
sconzolata a voce che se perde
mmezzu a stu slilenzio che se spanne
come u mare senza u fiatu ‘e ventu
e sta senz’onne e senza mutamentu.















 

ORA A TE RITORNO

da SCORCI ( MIA TERRA)

 

 
Ora a te ritorno, dolce mia terra,
quando la mano antica del padre
a fatica distoglie gli sterpi invadenti
e quasi più non riesce a tirar dritte le viti, a segare i nodosi rami degli ulivi.
Quando da te mi allontanai,
quasi empio figlio da madre, non sapevo
che amore grande perdevo,
che ricchezza di vita mi lasciavo.
Allora acre io ti sentivo e nemica
e piansi sulle tue zolle;
ma tu con trifogli e cento erbe fiorite
m'avviluppavi di profumi e di tenerezza:
matrigna mi sembrasti
e madre amorosa m'eri.
Allora io non sapevo
quanto in questo mondo rimpicciolito nel giorno dell'uomo ognuno rimane legato
ove aprì il cuore alla luce;
io non sapevo che barbe profonde avessi messo in questo lembo di terra
 e non sapevo quanto
le mie foglie dell'anima
vibrassero a questo azzurro di cielo.
 
Ora so: tuo albero sono
che tu di linfa vitale nutrisci
e negli uragani della vita sorreggi,
albero sono che spazia a questo orizzonte
e beve assetato luce di questo sole.
E innumeri radici ti affondo nel grembo,    
con aeree fronde innalzo i tuoi canti
al tuo cielo d'uccelli fiorito.
 
E bacio le tue erbe ed ecco ritrovo
nelle mie mani le fresche rugiade
delle inconscie letizie fanciulle,
con te gioisco memore dei giorni
che il tempo nel cuore sublima
oltre un mondo cui dolce sorrido
dopo gli antichi rancori
e i giovanili contrasti,
con te vivo e rinasco
ad ogni mutar di stagione.












 

TERRA SABINA
da SCORCI ( MIA TERRA)


Nella terra sabina
i segni dei millenni
non si leggono solo
nelle pietre immani dei Massacci,
sui resti dell'Arci e nei suoni
degli antichi toponimi che affiorano
dalle ville sepolte dei patrizi;
ma si leggono anche
nei nostri occhi discreti,
nella nostra saggezza che discende
a noi dagli avi.
E così che ora Reagan non ci turba
né Cernienko c'inquieta,
né Andreotti né Craxi
con accorte parole ci seducono:
noi li guardiamo al di sopra degli
ulivi millenari, come nuvole
che mutano, come ombre che si sciolgono
nel tempo, povere cose che passano,


che poi la memoria ignora oppure stempera
e strizza nei suoi schemi.
E così noi sereni andiamo tra gli
ulivi che tendono al cielo
fronde di pace, tra folti cerasi
che si ornano a maggio di gemme vermiglie
nell'uguale variare di stagioni,
andiamo a sera all'ombra della luna
che muta e ritorna la stessa nel tempo
oltre i nembi del cuore
e le furie dei secoli.










 


VAL DI COMINO
da SCORCI


Val di Comino,
incoronata di paesi, ricca
d'alberi a monte, a valle di maggesi;
S'arrampicano i sentieri
tra belati di greggi
e voli di sparvieri
e lungo sprofondi rupestri
rotola il Melfa
tra paesaggi alpestri.

Mistica valle è questa
da cui canori salgono
folti pellegrinaggi per le chiese
di Gallinaro, di San Gerardo,
della Madonna Nera di Canneto,
a cui la fama delle grazie rese
chiama i fedeli d'ogni paese.

Valle di canti e valle di lavoro;
valle di letizia e di riposo,
di luci azzurre dai riflessi d'oro,
di profondi silenzi e d'ombre quiete,
di richiami ad un senso misterioso
e d'acque chiare dentro le faggete;
Valle d'aromi fini di montagna,
d'aria salubre e d'erbe di campagna,
da fatiche a da santi consacrata,
valle d'alti paesi incoronata.













 

L'ANIENE
da SCORCI (Mia Terra)

 
L'Aniene, precipita
in candide nuvole
come veli di sposa
e adorno di carichi tralci
di grappoli d'acini oblunghi
brillanti nell'iride
delle spume celesti,
che festoso scendeva
dagli antri dei monti degli Equi,
e solo un'immagine impressa
su foto in lucide pagine
d'un album remoto.
Il fiume ora scivola fetido,
in putrida magra
tra rive di vetrici
con sbrendoli di plastica immondi,
accanto alla vacua tomba dei Plauzi
cui risibili pendono
chiome d'erbe dall'orlo,
sotto il ponte Lucano gorgoglia
già al fluire dei secoli saldo
ora infranto al tremendo
vibrare dei camion.
Alla memoria commossa ritorna
iI prodigio dell'acqua che bulica
limpida da rocce profonde,
che sprizza in trionfi di mille zampilli
di mille fontane.
Ma oggi paghiamo un bicchiere
per un sorso da una bottiglia di plastica
col marchio e insensibili
iI dramma guardiamo del fiume che muore,
la tragedia ascoltiamo di un mondo che ha sete,
che ha le acque dei fiumi,
dei laghi e dei mari inquinate.
Intanto l'Aniene chioccola chioccola In luride schiume venefiche,
scola torbido e gramo
verso Roma e le anse del Tevere.

 


 

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