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                              NUOVO ARTICOLO DI GIGGI SU PARLIAMONE

    Con supporto di Pierluigi

ACQUA E IGIENE NEGLI ANNI TRENTA 

Nel nostro paese eravamo fortunati per l’acqua. Allora, negli anni Trenta e Quaranta, non conoscevo le condizioni di altri luoghi e altre popolazioni per l’acqua corrente, ma forse pochi le avevano così floride. Noi invece avevamo cinque fontane da cui attingere acqua ed un lavatoio pubblico con tre vasche per insaponare i panni, ripassarli e risciacquarli. Nelle fontane c’era sempre un andirivieni di donne con le conche di rame piene sulla testa, che portavano acqua in casa. In casa il posto della conca con l’acqua era nell’acquaio, cioè “a ‘nnu sciacquaturu”. E nella conca, o appeso vicino, sul muro, c’era “u sotellu”, cioè il ramaiolo, con cui ognuno beveva a suo piacimento, senza bisogno di bicchieri. Si lesinava su tutto, anche perché c’era davvero poco. A cominciare dalla casa. I più poveri avevano un’unica stanza, la stessa per vivere, per mangiare, per dormire, anche con sette e otto figli. Ed allora di figli se ne facevano molti, a parte la “battaglia demografica” del Duce, e ne morivano anche tanti; una donna ne aveva avuti una ventina, ma gliene erano morti dodici o tredici. Quelli che stavano meglio avevano due stanze, di cui una usata per cucina e pranzo. Solo alcuni avevano più di due stanze per la propria abitazione. Comunque in nessuna casa c’era il bagno, cioè non c’era il cesso. Perché non c’era l’acqua corrente, anche se nella parte nuova del paese c’erano gli scoli per l’acqua piovana. C’era invece un secchio sotto l’acquaio per la raccolta dell’acqua usata, che spesso veniva buttata per la strada. E c’erano invece i “rinali” sotto i letti, cioè i vasi da notte, e il bacile per lavarsi la faccia e le mani. Ma non tutti si lavavano. In verità molti letti erano fatti di tavole con sopra pagliericci riempiti con le brattee del granturco. Il secchio sotto l’acquaio consentiva il recupero della sciacquatura dei piatti, che veniva riciclata per il beverone dei maiali, custoditi nei “fratticci”. La pulizia personale era un bel problema, che però proprio non si poneva affatto come problema. Pareva del tutto naturale lavarsi solo la faccia e qualche volta, ma solo qualche volta, anche tutto il corpo, con la “bagnarola” in mezzo a una stanza. Che non fosse un problema era un’idea che veniva da lontano, forse dal medioevo. Forse da certe prediche, di cui ancora si sentiva l’eco. Perché bisognava curarsi l’anima e non il corpo, che era fonte di peccato, specialmente se si faceva il bagno. Come anche era fonte di peccato il corpo delle donne, che andava coperto sino al capo, ornato con fazzoletti legati sotto al mento come ancora si vedono nei quadri delle Madonne, ed oggi ancora in molte delle islamiche immigrate. Ricordo che un vecchio prete, verso il 1960, mi diceva che il sapone era uno strumento del diavolo. E ricordo un vecchio del mio paese che si vantava di lavarsi la faccia ogni settimana, perché gliela lavava il barbiere col pennello facendogli la barba. Ed erano normali i pidocchi delle bambine e le pulci e le cimici nei letti. Oggi sembra incredibile. Anzi penso che per i giovani di oggi queste cose siano proprio incredibili; e non possono immaginare di vedere mamme spidocchiare i capelli delle figlie e schiacciare i pidocchi fra le unghie dei pollici anche nelle strade, come era comune allora e come era naturale per noi ragazzi. La pulizia personale non era un problema, come invece era per gli antichi romani, che non potevano vivere senza il bagno quotidiano. E come è per gli islamici, per i quali l’abluzione del corpo è purificazione rituale obbligatoria, sia nella forma di abluzione minore che in quella di abluzione maggiore, cioè con il bagno completo. C’era anche da noi una specie di “abluzione rituale”, ma riguardava la casa e si svolgeva con le cosiddette “pulizie” di Pasqua. Allora le donne pulivano le case a fondo e le più giovani spiccavano i rami dalle pareti della cucina, li portavano nella strada vicino le fontane e li lucidavano con la pozzolana, sicché per asciugarli ne facevano spettacolo per tutto il giorno, anche per dimostrare una certa loro agiatezza nei confronti dei meno agiati e dei più poveri. Il mondo allora era fatto anche di queste miserie; ma in fondo oggi non è cambiato, perché si mostrano auto, orologi ed altro ancora con lo stesso sentimento d’allora per i rami. L’igiene però non riguardava solo strettamente le persone e specialmente i bambini mandati in giro a giocare per la strada col sederino nudo sotto gli abitini comuni sia per maschi che per le femminucce, per cui era normale che avessero le pancine infestate dai vermi e ne morissero tanti per le infezioni. L’igiene riguardava anche le bestie, cioè le galline, i somari, i cavalli, i buoi, ecc. custoditi nelle stalle accanto alle case, con il relativo letame e le mosche, i tafani ed anche le zecche e le pulci dei cani e dei gatti. Per questo di tanto in tanto usciva qualche ordinanza per l’ allontanamento delle bestie dalle case, ma restavano sempre disattese, proprio come le gride manzoniane. Anche quando furono costruiti nei “Carpini” le “cascine” per le vacche e i “fratticci” per i porci, qualche asino e le galline. Fino a che sono venuti i trattori e sono scomparsi gli asini e i buoi e pure le galline. Però io non sono affatto convinto che le macchine siano più pulite delle bestie: certamente non sono ecologiche come gli animali.

                                                 Luigi Filippetta /////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////Pierluigi: 

Non solo inquinano l'ambiente, le macchine, ma inquinano anche la mente ed il comportamento della gente! Non vorrei essere ingrato nei confronti dei mezzi che ci hanno agevolato gli spostamenti ed il lavoro ma non c'è stato e non c'è limite alla dipendenza da essi! Ma siccome abusum non tollit usum, non ci restano che i ricordi di quando si poteva respirare a pieni polmoni e la prescia era riservata a pochi ed era, quasi, un vizio; ed il fatto saliente è che l'abuso ci porta a rimpiangere (quasi, quasi) i pidocchi e la poca igiene di quando eravamo ragazzi! Anche se, non voglio fare il gradasso, penso che la nostra famiglia (parlo della casa di nonno Michele) sia stata tra le prime ad avere "l'acqua in casa", anche se poca: mi pare che allora si dava a limitatore ed all'utilizzatore ne arrivava una frazione di oncia al minuto e ricordo che quando andavo a "casa su" (cioè dove abitavano tutti i fratelli di papà, lui la casa l'aveva affittata) si sentiva, per le scale, lo sgocciolare dell'acqua nei serbatoi! (parlo degli anni '36/'58 [per ricordo personale e per racconto dei più grandi]. Noi, abitavamo al Vecchio Borgo, Murricó Vecchiu, sopra la bottega ed avevamo l'acqua "corrente" ma non troppo in quanto papà aveva installato un serbatoio di duecento litri e noi, con i secchi, lo riempivamo. C'erano i turni pé iì a coje l'acqua 'nna fondanèlla for'u Mandriu. Senza ombra di dubbio, il nostro, è stato il primo gabinetto, cesso, di Moricone Vecchio e papà, mi hanno raccontato, fece fare la fogna, a sue spese, fino ae Casacce, grazie alla concessione di Eligio e Ruggero Tonelli che gli permisero l'attraversamento. Malgrado ciò, la doccia l'abbiamo avuta dopo il '54 quando siamo tornati ad abitate "in casa Camilli" , nella Vallicella. Mio padre, per il mestiere che faceva e gli incarichi che aveva, girava spesso, di casa in casa; e quando tornava a casa, mi ricordo, prendeva u baccile pieno d'acqua e scuotendo, una gamba alla volta, il pantalone, la bacinella diventava nera per le pulci! Quelle che fuoruscivano, venivano spruzzate col petrolio (dopo il '45 col DDT). Noi ragazzini, spesso entravamo 'nnu viculu de Virgigna du Lepere pé recojece i puci! Bastava entrare per un minuto e quando uscivi, le gambe e le braccia brulicavano! Il vicolo in oggetto si trova all'inizio dei Via dell'Orologio ed è un vicolo cieco che muore su uno più grande che sfocia in Via del Forno e sono di sfócio per l'acqua piovana. Molto spesso si sentivano frasi tipo "Vé ècco lazzaró!" "Vé qqua, tepijasse 'naccidente!" "Vurria che te sse magnassiru i petocchi!" "Varda l'ccasione mea! Non te bbastanu i puci de casa?" ....quando entravamo nel vicolo. Ma, come dici tu, tutto questo era una cosa normale; l'anomalia era quando la domenica non andavi a Messa! Eppoi basta una parola, per ricordare cose che, malgrado brutte, purtroppo, vivendo quello che stiamo vivendo, quasi quasi diventano bei ricordi! E come ebbi a scrivere nel 1965 in una poesia: T’abbasta 'na parola, un gesto, un fatto / p'aritornà in un'epoca lontana; / magara 'na musica; un ritratto; / un semprice rintocco de campana; ................. 

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