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IL MIO CONTRAPPUNTO
Giggi ha ragione: ho frainteso il discorso, ma a mia giustificazione, dico che io sono nei panni del lettore a medio livello. Vorrà dire che saremo più attenti per il futuro; comunque mio intento, oltre allo sprono, è sempre quello di prendere atto delle realtà socio-culturali odierne.
Sicuramente, come dice Giggi, quasi in ogni sonetto del Belli, c’è sempre riferimento ad  avvenimenti che hanno poi fatto la storia. Se uno si prendesse il gusto di analizzare i 34 sonetti dell’opera del Belli “ER CÓLLERA MORRIBUS Conversazzione a l’Osteria de la Gènzola” (riferito al colera [cholera morbus] del 1823 che infestò l’Europa e colpì maggiormente la Francia prima, l’Italia poi) ci trova molta più storia che in tanti testi, anche specializzati. In più, nel Belli, c’è la vera vita della povera gente come ne’  LA BONA FAMIJA . Ma dico, Giggi non sapeva che fare di rimettermi davanti er Belli?

LA BUONA Famija
Roma 28 novembre 1831

Mì  nonna a un’or de notte che viè tata
se leva da filà, povera vecchia,
attizza un carboncello, ciapparecchia,
e magnamo du’ fronne d’inzalata.

Quarche vorta se famo ‘na frittata,
che si la metti ar lume ce se specchia
come fussi attraverso d’un’orecchia:
quattro noce, e la cena è terminata.

Poi ner mentre ch’io, tata e Crementina
seguitamo un par d’ora de sgoccetto,
lei sparecchia e arissetta la cucina.

E appena visto er fonno ar bucaletto,
‘na pisciatina, ‘na sarvereggina,
e, in zanta pace, ce n’annamo a letto.


Per l'’articolo sulla povertà, non c’è che da aggiungere qualche ricordo di una decina di anni postumi a quelli di Giggi. L’ho raccontato in altre circostanze che anch’io ho vissuto le ultime “ore” della miseria, prima che arrivasse la “grascia” come si diceva una volta, che ancora c’era chi, malgrado non facesse solo il contadino, ma viveva la stessa sorte dei contadini: tribolazioni e sacrifici. Èd il mio sonetto (nessuna velleità di paragone: non è nemmeno pensabile!) “Micittu” la dice lunga


MICITTU (Quinto Amici)
(Settembre 1961)

Co’ ddu pizzitti ‘e lena a ‘nnì bigunzi,
cou somaru a capezza e smadonnenno
verzu sse quatto o cinque facc’e strunzi,
a capu bassu, par’ésse dormenno.

«…Ssì quattro rafacani che pirmittu
de fa come je pare a tutti quandi…
a tutti quanti chine? Au purillittu
me pare je pirmittu un pardesandi!

A unu come mene, ch’ammatina
non zolu a da commatte coi sei,
ma pure coi pedi deu somaru,

se je pirmittu, e ce rischio ‘a schina,
de piscià ‘nnu rinale, i farisèi.
è già grassu che cola a ‘nnù callaru!»


Micittu, per chi non se lo ricorda, quando non andava in campagna costruiva e, soprattutto riparava le botti ed i bigonci.
 Mio padre, che era nato nel 1899 ed era il primo di una nidiata di otto figli, raccontava che a loro, da bambini, nonna una sarda la divideva in tre parti; la testa o la coda a turni toccavano a tutti; malgrado che mio nonno fosse Capocantoniere. Mi ricordo ancora qualche famiglia, soprattutto a Moricone vecchio, che veniva ancora a comperare le candele o gli stoppini per i lumi ad olio, durante  e anche dopo la seconda guerra mondiale; malgrado che la corrente elettrica a Moricone fosse arrivata nel 1927, non tutti la avevano e chi l’aveva, la maggior parte aveva i limitatori di corrente, che erano da quindici o venticinque Watt; vale a dire che chi aveva due stanze, con 15 Watt poteva usare in una stanza 10 Watt e 5 nell’altra. Erano rare le famiglie che avessero prese di corrente in casa. D’altronde a cosa sarebbero servite? C’erano famiglie che vivevano veramente al limite della sopravvivenza e, come ho detto in altre circostanze, potevano mangiare tutti i giorno grazie al credito che facevano loro i negozianti (che c’era poi qualche negoziante che segnava anche quello che non aveva dato! A proposito di questo, mi ricordo che un giorno papà e mamma stavano discutendo se la “segnata di tizia” l’avesse segnata prima una poi l’altro e papà disse:« Non vorrei che succedesse coma da[il nome del negoziante]» ). Ma mi ricordo anche che subito dopo la guerra, con la svalutazione, il debito di una stagione ai clienti costo quasi niente ed in particolare , ero presente io, venne una donna per saldare il debito di una stagione: 27 lire. Ritornò giù in bottega con un uovo (30 lire) e papà la guardò in modo interrogativo; quella disse:” Spetto che me scancelli” al che papà:« che revó pure ‘o réstu?” e quella: “Dammece tre piscitti” e Papà:«Ma repiate pure l’ovu!». Per la cronaca, i “piscitti” erano dei pesciolini di liquirizia che costavano una lira l’uno. Questa è vita vissuta. E, come si può dedurre da questi piccoli episodi, quando c’è povertà, ne risentono anche i meno poveri; da non confondere con i ricchi.IL MIO 

 
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