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«... iscrivi che qui è perfetta letizia» ovvero sr. Colomba a «Bettalem»

 

Letizia, cioè gioia spirituale serena e profon­da che non viene dal mondo che  si coniu­ga con le pene che il mondo sa dare; gioia per­ché Egli «è venuto per salvare l'uomo da tutte le sue angosce, si è fatto vicino a chi ha il cuo­re ferito, è salvezza degli spiriti affranti» (sal­mo 33) perché

Quel Dio,  vedi, che sopra popoli tuonava si fa mansueto e viene al mondo in te.

                              (R.M. Rilke)

Da allora «la gioia, che fu la piccola appari­scenza del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano e la tristezza qualche cosa di parti­colare e di piccolo», scrive Chesterton nell'ul­timo capitolo di «L'ortodossia». E se la gioia non connota più il nostro essere di cristiani, qualche grande tradimento deve essere stato consumato nel corso del tempo e dei tempi, tanto da venir tacciato di funereo e maledicente alla vita e all'amore il cristianesimo. Ma è evidente: si è scambiato il cristianesimo per la sua caricatura che è il cristiano a mezzadria, che è mezzo bestia e mezzo uomo come gli an­tichi centauri e rassomiglia al cristianesimo come un paesaggio notturno, sotto la luna tra le nuvole, rassomiglia al medesimo immerso nella gloria del sole. Perché quando incontri una di queste creature solari, tutte le frecce si spuntano, se hai appena «fior di senno» e ti vien voglia di stendere la mano per sentire se sono di carne e d'ossa come te o non piuttosto creature venute, «di ciel in terra a miracol mostrare», come le angelelle del dolce Stil Novo. E in realtà lo sono, come lo è Cristo il Signore, nelle dovute proporzioni, cielo e ter­ra, morte e vita, gioia e dolore, eternità che cammina nel tempo, permanente paradosso del «già» e «non ancora», coincidentia oppositorum, stupita scoperta che tra le lacrime e le lamentazioni, «tutto canta e grida di gioia» come si legge in un salmo del Breviario e dona quel più di anima, quella specie di sesto senso che è la Grazia che fa sentire a S. Caterina e non ad essa sola «il profumo della rosa pros­sima a sbocciare» pur nel rigore dell'inverno. A questa costellazione di Cristiani che noi con una specificazione dovuta alla nostra medio­crità chiamiamo «Santi», appartiene l'umile fondatrice delle Oblate di S. Chiara in Moricone, Sr. Maria Colomba di Gesù. Certo non è (per lo meno non ancora) una monaca Santa, ma è certamente una santa monaca e al di là di una statua in S. Pietro con un cerchietto in similoro in testa non riesco a marcare altra differenza, perché anche in lei vedo abitare Gesù e da Lui irraggiare la «perfetta letizia» che accese e accende tante stelle nel cielo. Ecco un documento edificante nel senso lette­rale della parola : è una specie di canto natalizio, modulato sui temi stessi che resero ce­lebre un suo contemporaneo, il s. Alfonso del «Tu scendi dalle stelle».
«Giunte che fossimo in questo palazzo (l'at­tuale residenza delle suore in Moncone, ora però riveduta e corretta!), mi figuravo di en­trare nella stalla di Bettalem. Posta inginocchioni ai piedi del mio Crocefisso, rinnovai l'offerta di tutta me stessa: eccomi, Signore mio, eccomi Madre santissima mi unisco tutta a voi; insegnatemi voi, madre mia cara: siamo insieme, io sempre con voi e voi sempre nella spelonca di Bettalem vi ricoveraste nella lonca questo abitato, ma voi, cara madre, voi con me. Mi ripugna il senso che parmi la spelonca questo abitato, ma voi, cara madre, voi nella spelonca di Bettalem vi ricoveraste nella più rigida staggione. Cara madre mia, che freddo mai patiste! non vi erano porte, esposta a tutti i venti, o Dio, madre mia, cosa fu mai! Nella mezzanotte partoriste Gesù senza letto senza panni senza culla senza fuòco; pòsto Gesù in una mangiatoria di animali, riscaldato dal fiato di due giumenti che non aveano l'uso di ragione e riconobbero che era il Creatore e col  fiato datogli dal Creatore lo riscaldarono. O Dio mio! Qui rimiravo in spirito Maria ss.ma, s. Giuseppe: vedevo in spirito con  che umiltà e umile cuore presto cominciarono a polire quell'umile albergo. In questo lungo colloquio, tutto in intimo spirito, mi offerivo io a Maria ss.ma di ripulire io quell'albergo; con occhio benigno mi  riguardava Maria ss.ma; cosi pareva sentirmi l'intima voce: vedi, cara figlia, impara da me: ripolisci l'albergo del tuo cuore dove ricevi Gesù mio figlio nel SS.mo Sagramento. Insegna a tutte le creature che così facciano, che nei cuori spinosi patisce più il mio figlio sagramentato che non patì in questo vile albergo, come tu vedi. Imita me e fa tiga che l'amore non conosce fatica, né ricusa patire. Ecco l'amore del pietoso Padre.  Dio  vole  con amore riparare alla disobbedienza di Adamo: ripara tu ed insegna a tutti di obbedire e obbedisci. Non temere gli oltraggi: questi sono i veri segni di amare ed obbedire a chi li dispone e rimira il mio caro Figlio, quanto patì, cominciando dalla nascita. Mira ed imita, opera non trasgredire che poi sarà eterno il tuo godere. Fece il segno della croce in atto di benedirmi; tornai in me, con assupito spirito  tutta assorta, feci profonda riverenza, mi alzai in piedi, presto mi posi a ripolire ed accomodare il tutto. Posi il mio letto in una stanza più rigida ed incomoda, poi gli altri letti delle due compagne l'accomodai in una camera un poco più comoda, ma non essendoci porte alle finestre vi posi panni grossi e stole per riparare ì venti.
 Facevo animo alle compagne con rammentare cosa fu di Gesù nella stalla di Bettalem, che, così operando, tutto in spirito mi era presente. Le bone sorelle ancora loro tutte contente si consolavano: — madre nostra, mi diceva la maggiore, e sarà grato a Gesù questo mio desiderio? — E come, cara sorella, gli è      grato! da Lui ci viene dato il desiderio di patire con Lui e se ciò con amore noi faremo, Gesù è con noi e più ci darà grazia ed amore, Mi rispondeva la piccola Barberuccia: — Sì  sì, io pure voglio dormire nella stalla! Con  semplicità io gli dicevo il tutto come doveva ma per puro amore! Animo! fare e rimirare Gesù. — Ho detto il poco per glorificare Gesù che doni grazie e amore a tutti di saperlo imitare. Dato sesto alii letti, accomodai l'altare con il ss.mo Crocefisso e la Vergine ss.ma  Refugium peccatorum. Fatto ciò, facessimo orazione, poi a cena nella sala dove si faceva il fogo. Entrava vento da ogni parte. Si stava al fogo: ci scaldassimo davanti e dietro ci gelamio, ci scoteva il vento da ogni parte, che solo la mira di Gesù nel presepio, nella stalla di Bettalem confortava i nostri  cuori» (fase. VI, pp. 19, 20, 21).
Perfetta letizia! tutta orientata verso la Grotta piena di una Presenza da cui si sgomitola tutta la storia, quella grande e quella pic­cola, con vista rovesciata però, che fa grandi le cose piccole e piccole le cose grandi. Ecco perché di fronte a quel concentratissimo Punto in cui il cielo tocca la terra e la riempie di mistero, Erode il Grande, diventa un reuccio da operetta e il Divino Augusto suo padrone, un burattino nelle mani di Dio. Come quella figuretta di cartapesta, con il cappelluccio in mano, il volto trasognato e gli occhi perduti verso l'alto che mettiamo al centro dei nostri presepi, il santo sta nella creazione, bacio di Dio sulla bocca sporca dell'umanità,
                                                                                                  Aleandro Valenti

 
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