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Luigi Massari  - VITA DELLA SERVA DI DIO

 Sr. COLOMBA DI GESÙ

DA MORICONE 

 a cura di Pierluigi Camilli

CAPITOLO XIV

PARTE DA MENTANA E FA RITORNO A MORICONE


 UNA VITA EDIFICANTISSIMA.

 

Vedendo il medico di Mentana che la convalescenza di Paola era troppo lunga, e tarda la perfetta guarigione, consigliò l'­Arciprete l'avesse fatta trasportare a Moricone di lei patria,  per respirarvi aria migliore, essendo questo paese sito sopra di una collina. Paola vi acconsentì, siccome obbedientissima, ma non però d'essere portata sopra di una carrettiera da due uomini, come aveva detto il medico, bensì a cavallo, ed accompagnata dal suo buon Padre.  Concluso così, congedossi dallo zio Arciprete e dalle amiche che piangendo l’accompagnarono lungo un pezzo di strada, ed essa ebbe poi a soffrire e per la debolezza, e per sapere poco cavalcare, ma volgendosi di tratto in tratto col pensiero e qualche prece al suo Dio si raccomandava l'avesse aiutata, come di fatti, con le amorose sollecitudini del Padre che tanto l'amava, giunse felicemente a Moricone. Giunta alla porta di casa, accor­sero i fratelli, le antiche amiche e molte persone per  accoglierla in pianto di tenerezza, e ricevendola una buona donna fra le braccia la trasportò in casa e adagiò, in un letto già apparecchiato in quella stessa camera dove stava e sta presentemente di­pinta nel muro la Sacra Famiglia.

Fu poco il riposo, anzi nulla che potè godere Paola quella prima notte, poiché essedosi  contusa una gamba contro il ventre del cavallo, le recò tutta quella notte eccessivo dolore che via via crescendo, dopo tre giorni di atroce spasimo, tutta la gamba, e parte della coscia le si tumefece in modo che abbisognò chiamare il medico di Moricone a prestarle i soccorsi dell'arte.

A nulla giovarono questi per calmare, che l’infiammazione ognor più crescendo e passando all'esito peggiorativo vi fu duopo del taglio per dare esito alla copiosa materia, e non passarono parecchi altri giorni che cinque tumori le si presentarono al capo, e precisamente nella  parte capelluta, tutti richiedendo il taglio. Lo stato peggiorativo fu tanto lungo che le furono necessari tre mesi di stazione in letto, tutta addolorata da non potersi muovere ma costretta giacersi sempre supina.

Sopra quel letto di dolore soleva con la pace sul volto ripetere: -Oh! adesso posso unirmi al mio Gesù che stando in croce non avea  dove posare il capo; poiché le mani ed i piedi traforati dai chiodi, la sacratissima testa tutta punta da atroci spine, nessun altro capezzale aveva la dura Croce che gliele conficcava ancor più. A questa rimembranza si consolava e contenta e serena soffriva i gravi dolori da tanto tempo desiderati, e tutti li offriva all'appassionato suo Bene. In quei tre mesi altro non gli restò che la pelle (dirò così) distesa sull'orditura ossea, e le labbra derelitte intorno ai denti.

Grandi ed affettuose erano le sollecitudini dei parenti in assisterla, copiose le lagrime  che  spargevano al di lei letto, e l'amorosissimo Padre accarezzandola come fanciulla, troppo addolorato al pensiero di doverla perdere, e conscio delle tante virtù  che n'era abbellita la di lei anima, non mai si dipartiva da essa.

Trovava molto conforto quest’angelo di bontà nella conversazione di due sue amiche: venivano queste a visitarla e s'intrattenevano  secolei, in religiosi ed edificanti discorsi, e qualche volta  ambedue concertando le loro voci le cantavano una canzoncina . Teresa che cominciava: "o patire o morire" e allora Paola estatica fissando gli occhi al Santo Bambino che stava dipinto a lei dirimpetto; cantate, diceva loro, cantate, che il cuor mio giubila, non cessate di cantare; pazientissima in tutto il corso di questa lunga malattia faceva olocausto al Signore di essa, e obedientissima  attirava a se l'amore dei parenti  e delle amiche, edificante meraviglia a chicchesia la vedeva.

Non potendo cibarsi che di sola crosta di pene fresco, i suoi parenti la soddisfacevano cambiando ogni giorno il pane con quel, e usciva dai particolari forni: mai fu veduta inquietarsi, mai querelarsi, mai piangere, ma sempre ilare ringraziava il Sinore  dei patimenti che le faceva soffrire. Era però desiderosa ponesse termine non per se, ma per dare un limite all'angustia dei parenti. Passati tre mesi incominciò a migliorare, si cicatrizzarono le piaghe tanto del corpo che della gamba; si moderarono i dolori, cominciò a nutrirsi. Nel considerare quel caro Bambino che teneva dipinto avanti agli occhi sentivasi sollevare il cuore, e facevagli dolci sorrisi, e sembrandole essere da Lui corrisposta nel riso, le cresceva il desiderio'di amarlo; oh! le espressioni, i dolci colloqui e gli angelici sorrisi gli faceva!Pigliava però ancora timore non facesse cosa lo potesse disgustare, e se per avventura i fratelli minori le recavano disturbi in camera, subito guardava la sacra immagini per quietarsi con essi: stava attenta se il Bambino era festoso e quando che si le pareva, giubilava, quando che no, s'affli­geva e gli chiedeva perdono di qualche difetto che credevasi aver commesso, dietro attento esame, e allora pigliando con Lui dolco colloqui, sentivasi tutta infervorata. Un giorno stando sola in camera, le venne fantasia d'alzarsi, allora che le forze a malapena la reggevano in piedi: cominciando a parlare con il suo Bambino: -M'ho d'alzare, dicevagli, Gesù mio, vorrei un po' camminare, se vi aggrada, datemi forza-  Sentendosi ripiena di giubilo interno, sola sola rideva con il Bambino, e parendole d'essere corrisposta con dolce sorriso, si fece il segno della croce e provò a scendere piano piano dal letto, prese le sue vesti, indossò e credendo riuscirle, cominciò adagio adagio, mettendo un piede avanti l'altro a formare un passo, appunto come i bambini quando si staccano la prima volta dalle loro genitrici, e vedendo essa riuscire pure in questo, si diede di più a ridere con il suo Bambino dicendogli: -Ho da camminare? e sembratole sentirsi rispondere che sì con dolce sorriso, a tempo a tempo, a passo a passo impiegando mezz'ora almeno (saranno dieci passi) si affacciò sulla porta della sala dove suo Padre e i fratelli  stavano avanti al fuoco. Quando la videro, pianse il Padre d’allegrezza e giubilarono i fratelli, godendo della ricuperata salute in rivederla in piedi dopo tre mesi e di disperata guarigione: la presero per mano e riconducendola in camera la riposero in letto. D’allora in poi cominciò a ripigliar forze, ed ogni giorno alzavasi qualche ora fino a tanto che piene le ritornassero per esercitarsi in casa, servendo perciò un altro mese di convalescenza.

È vero che esercìtavasi per casa ed anche qualche volta sortiva per andare alla Chiesa, ma restando emaciata di corpo, e difettosa nel camminare per la gamba offesa ed altri  incommoducci, il medico andandola qualche volta a ritrovare, diceva poco piacergli e dubitava di perfetta guarigione. Aveva detto perciò ad  alcuni parenti potersi convertire il male in febbre etica, e ‘giunta tale voce alle di lei orecchie, non turbarsi punto, dispiacente solo perché il confessore, che in allora era l’Arciprete Mochetti, poco l’ascoltava sbrigandola presto senza soddisfarla  appieno, che anzi andando sulle prime a confessarla in letto si fissava in mezzo alla camera senza rivoltarsele, costretta, essa,  dir forte le sue cose. Paola poi fece conoscere al medico non importare l’incomodasse a farle le visite, poco piacendole, e per essere egli troppo giovane, e perché poco le piacevano i di lui portamenti. Ad onta però della erronea opinione del medico: Paola si andava ristaurando in salute, e davasi con tutto fervore ai soliti esercizi di pietà. Si confessava e comunicava alla Chiesa ogni otto giorni; intraprese di nuovo l’esercizio delle sue orazioni sìa vocali che mentali, faceva qualche piccolo lavoro in casa ed in tempo d’ozio impegnvasi  nella lettura di libri spirituali e di vite di Santi per sempre arricchire lo spirito di nuove cognizioni e per più amare il suo Signore che ringraziava della ricuperata salute: qualche  volta usciva per visitare infermi, portava nel suo grembo qualche elemosina ai poveretti nelle loro abitazioni; correggeva i fratelli vedendoli mancare, esortava la sorella maggiore a non frequentare la conversazione di zitelle di poco buona stima, con le quali  poi essa abboccandosi le correggeva cercando metterle su la strada della virtù, e quando non poteva andare in persona, perché la gamba che le era stata affetta non le permetteva qualche giorno camminare, mandava altre donne di sua fiducia con le elemosine in mano, o con qualche buon avviso e consiglio per le case dei poveri o di corpo o di spirito, donadosi così tutta a tutti.

La cosa che più le dispiaceva si era perché il confessore poco la voleva ascoltare ed era costretta a malapena riconciliarsi con poche parole impressionato non le avesse comunicato il male che a torto aveva comunicato al medico.. Oh! qui si affligge va e piangeva per non poter ricavar quel frutto che desiderava.

Raccomandandosi perciò a Dio l'avesse illuminata, e quando lo ringraziava perché l'avesse  fatta degna d'aver patito qualche cosa, e dicevale essere stato poco in paragone di quanto Egli per lei aveva sofferto, sentiva come una persona a lei vicina che così le rispondeva: il mio patire fu grande, ma mi è stato grato il       patir tuo, e sebbene poco, invidiami e, basta: a cui essa:l’anima mia lo brama, ma come farò io che sono ignorante? Guarda il Crocifisso, sentì rispondersi, e da quello imparassi. I suoi pensieri erano tutti intesi a farsi Monaca, e ad idear Monasteri; c'era in Moricone un gruppo di case guaste dal terremoto, e innamorandosi essa di quelle, pensava o meglio, divertiva fra mente fabbricare su quelle rovine un Monastero, ma poi riflettendo mancar d'ogni mezzo per introdur l'opera desisteva di pensarvi, tanto più per non vedere il modo d'introdurvi l'acqua e di farvi l'orto: ma ad onta di ciò spesso cadeva il pensiero per tali cose, e così se la passava quei pochi mesi in cui stette in Moricone: né vane erano queste sue bramosie, come ben vedrassi in seguito, ma tutti erano lumi di Dio, e se dicessi di certi sogni come di entrare in Chiesa, salir sopra i pèrgami (n.d.r. pulpiti) per distribuire la parola di Dio ad innumerevoli popoli, non sarei tacciato per ciò di scrittore di sogni, quando poi nel seguito di questa vita vedrassi avverato ciò che la nostra Paola avesse ideato o puramente sognato.

 
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