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COME FACÈMMO  XI  parte

  Come erèmmo, come eravamo Puntata XI

 Cari radiomanzo ascoltatori buona sera. Come promesso, per Pasqua ritorniamo a bomba, come si dice. A proposito, sapete perché Si usa questa locuzione verbale per dire ripartiamo da dove abbiamo lasciato? Alla prima occasione, vedremo anche questo: stasera non c'è tempo. Come potrete sentire, siamo tornati a parlare italiano ma se preferite il dialetto, no avete che dirlo. 
Parliamo della Quaresima e di Pasqua, come me le ricordo io. Vi preannuncio che saremo un po' lunghi, anche perché oltre ad una poesia romanesca del Marini, ci sarà la mia Buona Pasqua. 
Dunque, archiviata l’euforia carnascialesca, definitivamente seppellita dal mercoledì delle Ceneri, la mente delle donne già correva pensosa al “da fare” per onorare decorosamente il giorno della Resurrezione.
Per noi ragazzi, erano giorni spasmodici e per il dover correre più di frequente alle “commanne” delle mamme (prendere più spesso l'acqiua alla fontanelle, non dimentichiamo che l'acqua in casa non ce l'aveva nessuno, comprare varechina, ecc) visto che si faceva pulizia generale. In più, c'era un'aria di “vigilia” e nel senso dell'attesa e proprio perché in special modo in quei giorni, il venerdì era assolutamente magro e mai come in quei giorni proprio il venerdì pane e prosciutto o con la mortadella sembravano più buoni del solito. “ Lazzarone! Che vurristi? Ma non t'ó recórdi ch'è Quaresima e de venerdì?” E ripensando a questo che mi è venuto in mente un sonetto del Marini: 

"L'indulto del Cardinal Vicario”; eccolo

Ber fijo, io so Cattolico! L'Editto
der Cardinal Vicario, parla chiaro!
Nun sete, pare a me, tanto somaro
da nun vede da voi quer che c'è scritto!
Si volete ddù trije, un porpo fritto,
er merluzzo in guazzetto: io lo preparo;
ma la carne nun pòzzo, fijo caro!
Annerebbe all'Inferno dritto dritto!
...Si state male, annate ar Vicariato,
fateve fa ddù righe de licenza,
có la passata dietro der Curato
e portatelo a me, che quann'ho visto
de poté sta tranquillo de cuscenza,
ve mtto in padella puro gesucristo!

Non era proprio così, ai miei tempi ma eravamo molto vicini! Guai a toccare carne, soprattutto nei venerdì di Quaresima!
L'altra ragione di attesa, oltre naturalmente alla Pasqua era il momento che si “ttaccavanu 'e cambane”, si legavano le campane e cioè dal giovedì Santo a mezzogiorno fino al sabato, le campane restavano in silenzio e noi ragazzi le sostituivamo, annunciando in giro per il paese, con le “gherre” e le “Ticchitavule”, il momento delle funzioni sacre e delle prediche. La “gherra” era un pezzo di canna alla quale veniva praticata un'apertura verticale dove veniva applicata una rotellina dentata che sollecitava una linguetta ricavata dalla canna stessa; la rotella era attraversata da uno zeppo fuoriuscente da un lato. Prendendo questo zeppo e facendo roteare la canna, si otteneva un rumore come quello di una raganella: un gheeerrrr, gheeerrr: da cui gherra. È onomatopeico. Mentre la “ticchitavula” era più semplice: una tavoletta quindici centimetri per trenta, con un taglio in testa per infilarci la mano per afferrarla; sulle due facce si ancorava un tondino di ferro ad u con appigli che venivano infilati agli anelli così che col braccio teso verso il basso, e girando la mano con movimento orizzontale, i due ferri ad u battevano sulla tavoletta dove in corrisponenza trovavano  la testa di un chiodo e provocavano un rumore fastidiosissimo, per gli altri e non per i ragazzi che eseguivano l'operazione! Nel pomeriggio torme di ragazzi giravano per le vie del paese con gherre e ticchitaule ad annunciare gli orari delle funzioni. Una voce tra il silenzio degli altri grida: - All’ufficiu, all’ufficiu! è mortu maurisiu, maurisiu è sotterratu, l’ufficiu è cuminciatu! Per tutto il giorno e fino alla tarda nottata avveniva la visita del sepolcro, facendo (sette volte) la spola tra quello dei frati e quello del prete.  Della processione del Venerdì Santo ne parleremo in altra occasione, come anche della Pasquetta. Il Sabato Santo, a mezzogiorno si slegavano le campane che suonavano a festa per l'avvenuta Rersurrezione.  E verso le due usciva il prete per benedire le case (allora il paese era poco esteso). Ogni famiglia, anche la più povera, veniva rassettata al meglio per ricevere la benedizione. Sulla tavola, coperta dalla tovaglia più bella e più costosa, venivano esposte le pizze, una bottiglia d’acqua, una di vino, un piatto contenente uova sode con rametti di prezzemolo. La domenica mattina, dopo la Messa e la Comunione (comunicarsi almeno a Pasqua!), si faceva colazione con  la pizza, la lonza, il prosciutto,  le uova sode, il caffè e talvolta il cioccolato. Pochi fortunati avevano sulla tavola le uova di cioccolato: dono di parenti e o amici venuti da Roma. 
 



 
Buona Pasqua

I
Quest'anno certo che sarà un azzardo,
d'auguracce molto cordialmente
'na Bona Pasqua, che naturalmente
s'è sempre data; puro pé riguardo.
Oggi campamo senza èsse certi
der futuro vicino: de domani;
ciavemo un'incertezza tra le mani,
pé quanto dimannassimo a l'esperti!
E puro si 'sta Pasqua cià portato
'na piccola fiammella de speranza,
cor Papa che Francesco s'è chiamato,
nun ce lassa  acquisì que' la coscienza
ch'er cittadino deve avé imparato
e invece resta ancora fantascienza!

II
Er guaio è che nun ce capimo gnente
o forze ce capimo puro troppo:
“Si è pé me non ce sta mai l'intoppo,
 si è pé tutti, allora è differente!”
Ciamanca la certezza der volere;
ciamanca er senso, sì, de la misura:
intanto a chi falsifica e mistura,
je famo noi da leva der potere.
Chi truffa s'aritiè perseguitato
e ingaggia lotte contro la giustizzia;
chi invece s'aritiè dèsse truffato
s'unisce e crede de trovà perizzia,
ma trova sempre chi ha elaborato
un piano a uso proprio che delizzia.



III

Ma è Pasqua! È la Resurrezzione!
È proprio quello che noi speramo:
che da 'sta posizzione ce riarzamo
e camminà verso 'na direzzione.
Speramo che finiscano profeti
de Libbertà e de Democrazzia
però intrise de Burocrazzia,
che serve solo a certi capi ascèti!
Speramo che finiscano l'accordi
nascosti da misteri carbonari
e restino de fora li balordi,
trionfino discorsi regolari.
Che Pasqua lassi fora quell'ingordi
e disonesti tra i Parlamentari.

IV

Speramo che 'sta Pasqua ce conforti
che ogni cittadino, in generale,
nun se comporti in ogni modo male;
nun sia l'onestà solo dei morti.
Ce sia più rispetto p'er Maestro
e er Maestro sia più presente;
ognuno faccia spazzio ne la mente
che l'istruzzione ciarisveja l'estro.
Che se capisca già da regazzini
ch'er rispetto pé l'antri è bella cosa,
sia si so lappóni o abbissini.
Er comportasse nun sia per posa
ma proprio pé abbatte li confini: 
faccia ch'er Monno “se tinga de rosa.”


    Scusandomi per la lungaggine ringrazio per l'ascolto e augurandovi una buona notte riformulo una BUONA PASQUA a tutti.


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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