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COME FACÈMMO  XII  parte


  Cari radiomanzo ascoltatori buona sera, come eravamo, Puntata XII 

Rieccoci nuovamente a ricordare come eravamo, per dir meglio come facevamo, meglio ancora “come facèmmo” quando ero ragazzo io.

Per essere puntuali, ritorniamo al Venerdì Santo quando la mattina riprendevano le cerimonie che culminavano con la copertura di tutte le immagini sacre. L’altare spoglio, il ciborio spalancato e vuoto davano un senso di disorientamento in chi vedeva quella piccola porticina sull'altare completamente spalancata e priva del calice pieno di ostie. In attesa della Processione serale, c'era la visita ai Sepolcri. Perché Sepolcri e non Sepolcro? perché fino ad una cert'epoca, a Moricone c'erano più Sepolcri che chiese! La chiesa delle Monache, 'a Madonna Nazzarena, era aperta solo in poche occasioni ma per il Presepio ed il Sepolcro c'era sempre! Quindi c'era il Sepolcro del Prete, quello dei Frati e quello delle Monache. Mi affascinavano molto, tutte quelle piante nei vasi che da bianche, in pochi giorni cambiavano in pisello poi verde e ne restavo affascinato; fino a che non ho scoperto il trucco: erano vasi dove era stato seminato il grano e fatto germogliare al buio, cosicché le foglie sembravano, all'inizio, tutte radici che fuoriuscivano dai vasi. Venivano poste tutt'intorno alla barella dove veniva messa la statua di Gesù come se fosse morto allora. Nelle prime ore della notte  veniva fatta la processione del Cristo Morto, che si ripete ancora oggi con lo stesso percorso,  ma quanto diverse l’atmosfera e le coreografie!

Allora ogni davanzale, pur nella penuria di olio, brulicava delle fiammelle di numerosi lumini; lungo il percorso si bruciavano fasci di canne e torce di resina portate dai fedeli, raggruppati per organizzazioni: si creava così un clima particolarmente suggestivo (oggi ha perduto questo fascino, con le luci festaiole come a Natale).

E a proposito dei falò con le canne, mi ricordo un anno di una serata molto ventosa che una canna ardente fu trasportata dal vento su di una capanna (all'epoca sotto il viale dei Frati, nell'Ortomonte non c'erano case, ma fratticci e capanne con gli animali) che prese fuoco e fortunatamente fecero in tempo a tirar fuori le bestie.

 Al rientro in chiesa c’era il rito del bacio del Cristo Morto, mentre il coro alternando con i fedeli, cantava le tristi laudi della Passione. Ognuno tornava alla propria dimora con lo stesso sentimento di quando si tornava da un funerale che ci aveva toccato da vicino.

Però, a distanza di tempo, mi sono trovato a considerare la cosa privato dalla confusione emotiva che, qualche anno fa , produsse questa mia considerazione espressa con un sonetto. E, cari manzoascoltatori, devo in un certo qualmodo ringraziarvi perché è per questi miei interventi che sto ritrovando delle poesie che non ricordavo di aver scritto.

Ecco il sonetto:

'A PRICISSIÓ DE VINIRDÍ SANDU
24 marzo 1978

A sera tardi de Vinirdì Sandu,
tutti mmassati tristi ma candenno,
un candu che a nui ce piace tandu
e da monellu ce staio penzenno;
e dice: “Sono stato io l'ingrato
Gesù mio perdon pietà!”; e sta ècco
quello che non m'ha mai quadratu:
se non ci stea 'ngora, perché pècco?
È propiu un bellu visiu quissu èsso
de dà i peccati a chi 'ngora non nasce!
Chi 'mmece cou peccatu fa progresso
tranguillamende vive, canda e pasce.
L'eredi de chi  fece u procèsso,
ce dau 'a corba quanno stemo in fasce!

 Passiamo a raccontare la Pasquetta.

Il Lunedì dell'Angelo, cioè la Pasquetta, era vissuta (e mi pare che oggi lo sia ancora più vistosamente) come un impegno di lavoro serio! Già il giorno precedente, Pasqua, ci si accordava con gli amici per il luogo e l'ora di partenza che di solito era la mattina non troppo presto, in funzione alla distanza; c'era chi, invece, decideva per il pomeriggio, ma molto raramente. Allora, soprattutto negli anni '50/60, i mezzi di locomozione propri erano molto rari e quindi ci si organizzava con zaini e “sparrette” per il trasporto del necessario; i più organizzati, se molti, caricavano il tutto sul somaro o cavallo e chi poteva addirittura col carretto e si partiva. Io e, quando c'erano, mio cugino Gastone e Agostino di Clemente, non dimenticavamo mai la macchinetta fotografica; c'è da dire che all'epoca eravamo pochissimi ad averla: io avevo una miserevole Agfa con obiettivo Zeiss 4½x6 a 12 pose; Gastone una Leica con telemetro(allora raro) obiettivo Zeiss 6x6 a 36 pose ed Agostino una Agfa a soffietto a 24 pose (la più antica di tutte).

Di solito, le mete preferite erano Le Pantane, dove c'erano grandi prati incolti con enormi querce ed un fontanile (ancora esistente) con acqua freschissima; I Martinèlli dove, anche là, c'erano terreni tenuti a pascolo e non lontano c'era la sorgente del Pisciarello; molti andavano al Ponte di Stazzano, nel prato di Sor Decio Scoccia, dove c'erano delle querce e sopratutto una, al bordo della strada provinciale enorme, ch'è rimasta fino a qualche anno fa. Quelli più grandi ed anche gli adulti, addirittura organizzavano per la gara di “Ruzzica”, la ruzzola, da Moricone a Monteflavio dove e la squadra che perdeva pagava il pranzo ai vincitori; al ritorno, il pomeriggio, si faceva la gara inversa e chi perdeva pagava la cena o da Ferminia o da Pasqualino (le uniche due trattorie). Mentre, una squadra dove facevano parte anche due miei zii, Teodosio(Pipino) e Oscar, la gara la facevano con le pizze di pecorino e quando arrivavano, mangiavano con il formaggio che avevano “sospinto” fino  a Monteflavio. Anche per la strada delle Pantane (Maremmana Inferiore) Si giocava “a ruzzica” facendo il giro per “Carulano” (Fosso Coriolano), ripassando per Montelibretti Castello. Oggi, sento che i giri si allungano fino ad Assisi, visto che alla “ruzzica” ci si sale sopra, avendola sostituita con le macchine!


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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