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A SCANZIA DE PIERLUIGI


FUORI LINEA

FUORI  LINEA  I  parte

   Personaggi


Cari manzoascoltatori buona sera, da Carnevale, siamo  entrati in Quaresima  e quindi arriverà Pasqua. Dato che mancano alcune settimane, vorrei approfittarne per farvi ascoltare qualcosa di diverso dei miei noiosi racconti:

Non so quanti di voi conoscano o abbiano sentito parlare di Luigi Filippetta, meglio conosciuto da noi come Giggi; Giggi de Peppe deu Mattarellu:  Egli è un insegnante autodidatta che dopo qualche anno di insegnamento, è divenuto  Direttore Didattico in un istituto a Frosinone; figlio di un  Macellaio-pastore  e poeta, è poeta e saggista lui stesso ,  da svariati anni in pensione. Pur essendo di una decina d’anni più anziano di me, siamo amici da quando io finito il periodo di leva e cioè da oltre mezzo secolo! Però, siccome ci frequentavamo soprattutto d’estate, quando lui veniva a Moricone in vacanza, diciamo che il mezzo secolo lo possiamo considerare circa un quarto.

Per farvi rendere conto da quanto tempo e come ci conosciamo vi presento una poesia che io gli dedicai nel 1983

   

GIGGI
(luglio 1983) 

T’ho visto ‘na matina, come ‘n’aquila enorme,
vola’ sopra  le mentide corvi e de colombe!
T’ho visto, poi de sera, come anima informe,
rinchiude tre dementi, sotto le catacombe!
Quanto tempo è passato, Maestro de grafia!
De corpo sei invecchiato; ma sei sempre quello!
Politica, Sociale, Arte, Filosofia 
nun t’hanno abbandonato:
drento rimani bello!
Ma doppo tutti ‘stanni, Mattarello,
potresti lassà stà que’ lo sgabello!([2]
                                        
Chi avesse dei dubbi sulla cultura di Giggi, potrà sempre chiedere lumi alle maestre moriconesi, visto che quasi tutte sono state instradate da lui per i concorsi e la preparazione.

Mi vorrà scusare Giggi, ma ho dovuto presentarlo per poter di tanto in tanto pubblicare qualcosa di suo.

Voglio essere onesto: così non sarò il solo ad annoiarvi con le lamentele sul nostro comportamento e nei ricordi.

Da un suo libro intitolato “APPUNTI E NOTARELLE MORICONESI”:

cominciamo con

LA   CESARINA

" 'A Cesarina" (la Cesarina) "u Strepparu" (lo Sterpaio) " 'a Cesarinetta" (la Cesarinetta) " 'e Quattrostrate" (le Quattrostrade) "l'Ostaria de Murrico' " (l'Osteria di Moncone) e altri toponimi del territorio moriconese per me sono solo dei suoni indicativi,poiché non ne ho avuto una conoscenza e un'esperienza diretta.

La Cesarina è certamente detta così perché antico possesso dei duchi Cesarini,proprio come Marcellina è detta così perché vecchio possesso dei Marcellini. L'Osteria di Moncone è luogo indicato in ogni buona carta corografica del Lazio,quindi punto di riferimento significativo fino ad un recente passato di una strada che metteva in comunicazione Roma con la Sabina (forse la stessa Salaria o una sua variante: infatti il tracciato dell'attuale Salaria veniva spesso invaso dal Tevere tra Monterotondo Scalo e Passo Corese; io ricordo che nel corso dei frequenti straripamenti del Tevere,il traffico della Salaria verso Roma veniva deviato da La Creta per la Tiburtina passando per Moricone). Comunque non voglio fare indagini storiche per le quali so di non avere i mezzi necessari; voglio invece solo esporre illazioni (non ho documenti) circa l'incidenza del feudo dei Torlonia (già dei Borghese) sui vari aspetti della realtà moriconese,e non solo

Prima di tutto mi sembra che sia opportuno notare come le carrozzabili,mi pare fin verso gli anni Sessanta/Settanta, siano state tracciate ad anello tangenziale intorno al feudo,sicuramente per impedire che esso venisse frazionato e attraversato in più parti diametralmente.

Le strade collegano Montelibretti, Moricone, Palombara, S.Angelo Romano, Mentana, Monterotondo secondo una linea circolare,al cui centro si trovava appunto il feudo. Questa condizione ha avuto alcune conseguenze,più per i moriconesi che per altri

La prima conseguenza è il fatto che tutto il territorio di Moncone aveva solo un tracciato di strade di campagna,percorribili solo con bestie da soma o a piedi. Questo comportava grandi difficoltà per gli scambi con Monterotondo e Mentana,lunghi tempi di percorrenza per raggiungere il campo di lavoro: per "Crovagnanu" almeno un'ora per andare la mattina e altrettanto per tornare la sera,dopo aver vangato o zappato per tutta la giornata; per la Cesarina,tre ore per andare e tre ore per tornare. Proprio per questi tempi di percorrenza/i moriconesi hanno dovuto abituarsi ad alzarsi presto la mattina,e, inoltre quando possibile,a dormire sul luogo di lavoro (e questa è la seconda conseguenza). Per dormire,ma anche per ripararsi dalle piogge,tutto il territorio era disseminato di capanne; infatti non dobbiamo dimenticare che l'economia moriconese era costituita dalla microproprietà: in quasi tutti i piccoli poderi c'erano capanne. La struttura delle capanne era in legno,per la maggior parte filagne, e la copertura era fatta con stoppie tenute da paracente. Per dormire, dentro la capanne, venivano spesso costruite le "rapazzole",cioè giacigli di fortuna fatti di paletti,canne e paglia; non di rado le "rapazzole" venivano costruite sugli alberi,quasi sempre olmi,ben salde all'incrocio dei rami più grossi,le cui ramaglie venivano ripiegate e legate a capanna. Molti,però d'estate,per dormire stendevano uno strato di paglia sotto una pianta folta che li riparasse dalla guazza (in questo modo io ci ho dormito per mesi e per più di qualche anno). In campagna ci si dormiva per ogni lavoro estivo; la sera si sentivano voci dovunque sulle colline e si vedevano tanti fuochi per tenere lontane le "sambanelle" (zanzare); la mattina ci si alzava per il lavoro quando appariva la Stella Bella (Venere) poi si tornava in paese prima che il caldo si facesse insopportabile,alle dieci o a mezzogiorno al massimo. [Sospendiamo qui la lettura del testo di Giggi che riprenderemo prossimamente, però vorrei farvi sentire una sua poesia:

   IERI  E  OGGI         

Vogliamo dir cos’erano i poeti
Nei tempi dei signori e dei baroni?
Erano allora pifferi e tromboni
Al servizio dei nobili e dei preti.

Ora i magnati vogliono mansueti
Prosatori che svolgano missioni
In carta e video a tessere ragioni
Secondo gli interessi assai discreti.

Altro che carmi ed inni o poemetti!
Ci vogliono ora articoli ben chiari,
Scemenze varie moniti e fischietti

Da rifilare con modi solari
In momenti opportuni o maledetti
Per battaglie nel regno dei denari. 

 



[1] Il nonno, Luigi Filippetta, macellaio, detto er Mattarerello 

[2] Scendi dalla cattedra!


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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