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RADIO MANZO

A SCANZIA: Fuori linea 5

Cari Radiomanzo ascoltatori, buona sera

Anche questa sera vi annoierò con un racconto del passato ma l'autore è Giggi. Infatti leggerò un brano dal suo libretto “APPUNTI E NOTARELLE MORICONESI”  dal titolo

IL DISASTRO DI MORICONE.

Giggi comincia così:

" Il disastro di Moricone", proprio questo è il titolo con cui "L'Italia Illustrata", un periodico dell'epoca, presentava un servizio di cronaca, con relativi disegni illustrativi del fatto avvenuto, lo non avevo mai sentito di questo disastro, neanche da quelli che erano soliti raccontare episodi della vita di paese; quindi era uscito di memoria con le giovani generazioni. Poi alcuni anni fa notai quel titolo come annuncio in un catalogo di stampe e libri d'antiquariato; ne ordinai una copia, che pagai quindicimila lire: si trattava di un solo foglio illustrato con riproduzione tipografica di disegni, ma senza narrazione descrittiva dei fatti. Ci sono tre disegni: uno è il panorama di Moricone in quel tempo, così come l'aveva visto il disegnatore; il secondo è la scena dei morti, collocati in una stalla con mangiatoia e rastrelliera; iI terzo riproduce la chiesuola di Monte Calvario,in cui sono ricoverati e curati i feriti. lo,da ragazzo, per andare alla "Puzzulana" dove avevamo le pecore, passavo anche tre-quattro volte al giorno nella "strada romana",sotto la casa di "sor Otta' " (sor Ottavio Aureli) e di lato vedevo porte di rimesse chiuse e riempite con "macere", con sopra, invece del soffitto, una specie di orto/giardino; non immaginavo assolutamente che quelli erano i resti e la testimonianza ormai muta di quel disastro illustrato nel foglio che avevo comprato e che poi chiarii con i registri parrocchiali

II sito è quello dopo la curva a gomito,scendendo dal centro,che si trova quasi alla fine dell'abitato e che noi indicavamo come " 'a curva de Cesare Morelli" ,quella che i tedeschi minarono e fecero saltare nella loro ritirata del giugno 1944 per ostruire la strada e ritardare l'avanzata delle truppe alleate

II disastro avvenne durante la costruzione della strada,oggi detta Maremmana lnferiore, che da La Creta giunge a Ponte Lucano. Prima d'allora non v'era alcuna carrozzabile, ma solo la strada di campagna che per "Sandu Nicola" conduceva a Montelibretti. La strada "romana" si è discostata da quella di "Sandu Nicola" forse solo per quello che era scritto (e che io ho letto) in una piccola lapide affissa ad una casa sulla salita di Montelibretti,casa distrutta con i bombardamenti aere del 1944:"Questa strada è stata costruita per dispetto" -(sembra per dispetto dei Rosati, dei quali aveva diviso alcune proprietà come quella delle "Cerreta").

La causa del disastro fu lo scoppio del deposito di polvere nera per mine collocato all'interno di stalle o rimesse, dove forse dormivano gli stessi operai che costruivano la strada: forse una lanterna o una candela rovesciata, oppure uno zolfanello acceso incautamente (allora non c'era la luce elettrica) diede fuoco alle polveri, che deflagrarono facendo saltare i locali e provocando parecchi morti e feriti fra i lavoratori. Non ricordo precisamente il numero dei morti (mi pare otto) e dei feriti, né la data del disastro (forse intorno al 1884,quando fu costruito anche il nuovo acquedotto di S.Angelo) ma sono dati che certamente possono essere accertati all'archivio parrocchiale (come feci io) e forse anche al Comune.

Le mine ora non si usano più se non eccezionalmente, sostituite dagli escavatori meccanici potenti e capaci di svellere e frantumare le rocce più massicce; ma allora erano necessarie per l'esecuzione di qualsiasi lavoro di scavo di pietre, sia per la costruzione di strade che di fondazione di fabbricati o di costruzione di acquedotti. Venivano eseguite con fori nelle pietre ottenuti a colpi di mazza sugli "stambi" (grossi scalpelli per pietre anche lunghi ben oltre il metro): un operaio teneva e girava di un quarto "u stambu" e un altro tirava colpi di mazza su una estremità dello scalpello. Già prima della seconda guerra mondiale si assisteva allo scoppio di queste mine per eliminare gran parte degli "scoji" di "Colle Palazzu", ma nel dopoguerra ci fu una frenetica corsa alla costruzione di case e Moricone echeggiava di scoppi di mine ogni giorno, tutte prodotte con "stambu" e mazza e caricate con polvere nera.

La salita di "Colle Palazzu"(Via Stanislao Aureli) era caratteristica per gli scogli massicci,su cui si raggruppavano le capre per la vendita sotto mungitura del latte a quarti e a mezzi litri. Ed era caratteristica anche per i canti di gruppi di persone che vi si mettevano al fresco la sera di primavera e d'estate. Era una salita erta e scoscesa,su cui spesso alcuni giovani si sfidavano per salirvi in qualche modo con le biciclette, ma difficilmente ci riuscivano, passando tra uno "scojio" e l'altro.

La strada carrozzabile,che fu costruita nell'Ottocento, io me la ricordo come era negli anni Trenta, quando arrivò "u sconcassè" (dal francese concasseur) una grande macchina che triturava grosse pietre per farne breccia (in quei tempi -e io lo ricordo - la breccia si produceva a colpi ti martello, ricordo anche qualche operaio moriconese che ne faceva col martello, lavorando dalla mattina alla sera sotto il sole). Lo "sconcassè" stava vicino "a u casale 'e Filippo',vicino al ponte di Moricone; se ne udiva il fracasso dai "Carpini" e io, che avevo sei/sette anni andai a vederlo: funzionava    come    una    trebbia    per    il    grano, perché all'imboccatura mettevano grosse pietre come "i manocchJi" e ne usciva breccia invece di grano. Tutta la breccia veniva distesa sulla strada bianca, quella più grossa sotto e il brecciolino sopra; dopo qualche anno , verso gli anni Quaranta, però la strada venne asfaltata.

Qui finisce la descrizione di Giggi; durante la lettura, quando ha parlato delle capre arrampicate sugli scogli, se vi ricordate quando ho parlato dei Carpini anche a me è tornato in mente quello scenario, m'e venuto un po' da ridere, nel leggere “ il latte munto e venduto a quarti e mezzi litri”: sì, perché m'è tornata in mente una poesia, che non c'entra niente col disastro di Moricone,ma m'è tornata in mente per associazione d'idee che oggi sembrano cambiate le misure: Infatti andate a comprare la terra per i vasi e leggerete “quantità: 25l  (25 litri)”. Così, per la gioia di Luca, raggiungeremo i dieci minuti di trasmissione con questa poesia:

U sistema metrico decimale

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Se ce passi, pijame 'o térricciu,
che 'ste piande se stau a llichinì!”
Me so fermatu e pe non ddà 'mbicciu,
hó missu a machina 'nnanzi da Filinì.
« Quandu so gróssi i sacchi dea terra?
Che 'a machina l'hó messa ìmbo londanu...»
- Ch'ii paura che fecèmmo 'a guerra
se 'a mittii èsso? Ssi 'mbo stranu!
I sacchi vau da unu a trenda litri. -
«Guarda t'hó chiestu 'a terra, mica ó latte..
Eppó so stranu io! Ma i vitri
i vinni ar metro o in base 'a a luce?
Guardete 'mbo co' chi hó da commatte!..
Quistu sistema ddó ce pô conduce?»

Grazie a Giggi per i ragguagli sul passato e a voi tutti per l'ascolto.

 

Buona notte.  .
 
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