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A SCANZIA DE PIERLUIGI

FUORI LINEA
FUORI  LINEA  VI  parte

  Piantemo Maggiu

Come avete passato il primo di maggio? L'avete piantato bene? Credo qualcuno si stia meravigliando di questo mio inizio: “che vordì pantà Maggiu” ? Non so quanti di voi sanno che il primo di Maggio non è nato, come pensa la maggior parte della gente, nel 1889 a Parigi per commemorare i morti per causa delle sommosse e angherìe sul lavoro, abbinandole anche alla sommossa anarchica nell'Illinois del  1867 dove trovarono la morte molte persone a causa delle difesa al diritto di lavorare solo otto ore e non dodici. Fu, appunto negli Usa che sorse la Prima Internazionale allargatasi poi in Europa. Certamente dati questi fatti, il mondo del lavoro, giustamente, ha preso il posto di avanguadia in questa ricorrenza ed il 1 Maggio, piano piano è diventata una tradizionale piazza per i concerti dei giovani, non tralasciando la rivendicazione dei lavoratori. Un modo di contestare “cantandogliela”. Ma quand'ero ragazzo io, sentivo parlare del primo maggio, più per “il maggetto” di vecchia tradizione che per le riunioni dei lavoratori. Anzi, ancora bambino, sentivo che tra grandi Si domandavano se “avessero piantato maggio”. E sentivo frasi come questa: “ Allora, dimà ddò iate a piantà Maggiu?” oppure “ Allora ieri ch'éte fattu? L'éte piantatu Maggiu?”. Poi, quand'ero a fare il militare, ho scoperto che anche in altre parti, in altre regioni, si  rispettavano certe tradizioni. In Piemonte, mi diceva un certo Cerutti, mio commilitone che era in fureria (io gli scrivevo poesie per la ragazza, che lui spacciava per sue, e lui mi cambiava i turni di servizio) Cerutti mi diceva che al suo paese “el Magg” era chiamato un albero al quale dopo tagliato, venivano tolti tutti i rami lasciando solo l'ultima cima; questo Magg ( Maggio) doveva essere il più alto possibile. Veniva poi ripiantato come auspicio di fertilità e per i campi che per gli sposi.

Circa la stessa cosa si fa, tutt'ora in alcuni paesi dell'Alta Sabina, in Umbria e nelle Marche. E forse dai “montagnóli” e dai “marcheciani” che sono venuti a Moricone è derivato questo detto; anche se anticamente, in altro modo, nel mese di Maggio, agli inizi di Maggio, si sono sempre svolti riti propiziatori. Il primo maggio del 1561, Carlo IX introdusse in Francia la tradizione d’offrire un rametto di mughetto come porta fortuna. Non parliamo poi dei famosi Calendimaggio della Toscana e dell'Emilia-Romagna.

In alcuni paesi della Ciociaria, addirittura si elegge il 1° aprile il "Mastro di festa", un capofamiglia che sovraintende a tutte le operazioni del maggio, libera per i campi una giovenca segnata con una croce sulla fronte. Essa può andare ovunque e fare qualsiasi cosa. E’ sacra. Il 15 aprile una commissione di anziani sceglie tra i boschi la pianta destinata a diventare “il maggio”, che può essere un cipresso, qualche volta un cerro o un castagno, ma sempre alto e dritto.  L’albero viene contrassegnato con una  croce. Di solito la commissione ne indica anche un altro di riserva, da tagliare qualora il primo si spezzi o si danneggi durante l’abbattimento. All’alba del 30 aprile gli uomini del paese si dirigono sul luogo dove si trova la pianta segnata (un tempo i partecipanti raggiungevano oltre le 100 persone).

Sapendo di questi avvenimenti, ho fatto una ricerca ed ho trovato un pese del frusinate dove ancora oggi lo fanno (Pastena, FR) e addirittura parlano oltre 400 persone; ma ecco l'estratto dalla cronaca paesana. Dunque l'autore dell'articolo scrive (tralascio quello che già ho spiegato)

Il Mastro intanto cattura la giovenca, la riveste di drappi rossi e la segna con la croce, guidandola ai margini del bosco ove si trova la pianta. Verso le sette il prete recita sotto l’albero alcune litanie che hanno sostituito l’orazione di "Zi  Peppe" (tramandatasi oralmente ed ora andata perduta con la sua morte). Si può iniziare a tagliare. Dopo il Mastro, tutti gli altri, ad uno ad uno danno i loro colpi d’ascia per l’abbattimento della pianta. Spari di fucile salutano finalmente la caduta della pianta, la quale, una volta a terra viene ripulita dei rami e di parte della corteccia. Appena fuori dal bosco, sulla strada, sono ad attendere le coppie di buoi. Un tempo se ne contavano anche 120, ora sono presenti in 15. Ad esse, a turno, secondo quanto determinato con la conta tra i bovari, viene agganciato il tronco con robuste catene ed il corteo prosegue allegramente verso il paese, preceduto dalla giovenca. Le azioni nel bosco vedono l’esclusiva partecipazione degli uomini. Il mezzogiorno del 30 il corteo procede con brevi soste tra grida e spari. Da qualunque zona venga tagliato, il tronco però a mezzogiorno deve arrivare alla curva di Sant’Antonio presso il cimitero, per una sosta in cui vengono offerti panini e vino. Esso inoltre deve sempre attraversare la piana, non può entrare direttamente nel paese. Quando il corteo degli uomini con il tronco trainato dai buoi lambisce il cimitero di  Pastena  e qui, in questo gesto altamente simbolico che la comunità rinnova non solo il suo legame spirituale con le generazioni che l’hanno preceduta, ma cerca di fondere il suo rito nella tradizione. Al mattino del 1° maggio il tronco dell’albero, reso liscio per il tormentato cammino del giorno precedente, giace nella piazza. Poi viene predisposta la buca, profonda un metro e mezzo, e viene levigato definitivamente con le asce. Sul ciuffo di rametti che e rimasto alla sua estremità viene unito un piccolo fascio di fronde di ginestra (fiori di maggio), ed una croce di legno. Altri predispongono le funi e incrociano pali di legno per sollevarlo. Tutti insieme nell’ultimo sforzo e l’albero viene eretto sulla piazza. La sua altezza può raggiungere dai 14 ai 22 metri ed il diametro oscilla fra 110 e 120 cm. Ancora spari di fucile salutano l’evento. Poi tutti a pranzo. La vitella macellata in giornata e distribuita dal mastro di festa. Nel pomeriggio del 3 maggio il tronco viene cosparso di grasso ed olio bruciato. Un tempo la miscela oleosa era preparata con fichi d'India, sapone e brodo. Squadre di giovani, muniti di pezze di stoffa e di cenere, si provano uno dopo l'altro a salirlo. Vince chi raggiunge l'estremità dove sono collocate le ciambelle e gli altri doni. In serata durante la messa del " Possesso" il "Mastro di festa" con la cerimonia dello scambio delle candele, passa il testimone a colui che lo sostituirà l'anno seguente. La festa continua in serata con musica e balli. Fino ai primi di settembre l'albero resta alto nella piazza, poi apparterrà di nuovo al suo padrone che ne disporrà a piacimento.

Fine della cronaca.

Ecco, quindi cosa significa “piantà Maggiu” ma, ovviamente ha assunto anche un valore malizioso, come risulta dalla mia immancabile poesia che scrissi anni or sono.

PIANTEMO MAGGIU  

-Ce véne Giuseppì a piantà Maggiu?
Conoscio un póstu ch’ène un Paradisu!-
“ None Gustà, me manca u coraggiiu…
eppó có ‘st’acqua, che piantemo? Ó risu?”
- Ci sta un capannu có ‘na rapazzola…
Tu porti u vasu e io ‘a barbatèlla:
vordì, piantemo l’uva vinaijola;
pé tradisió facemo ‘a giornatèlla!-
“ None Gustà! Non émo più vint’anni,
non ciappartengu più ‘sse tradisiuni:
piantenno ‘e piante ce vengu l’affanni!
Io ‘e capiscio ‘e bon’intenziuni
ma, io, te vedo a fa u barbagianni
e no a resorve certe situasiuni!


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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