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'‘A SCANZIA DE PIERLUIGI
I GIOCHI CHE FACEVAMOI GIÓCHI CHE FACÈMMO 7

RUZZICA (RUZZOLA)


  Cari radiomanzo ascoltatori buona sera. Massera giochemo a rruzzica.

Il gioco della ruzzola , ‘a rruzzica era, ed ancora è per certe località, il gioco che, si può dire, annunciava l’arrivo della Primavera e della bella stagione.

Infatti, come cominciava ad addolcirsi l’aria ed i mandorli cominciavano ad imbiancare il terreno, rilasciando i petali della fioritura, si cominciavano a vedere squadre di uomini, dai giovani agli anziani, che organizzavano partite di ruzzola.

Materiale occorrente: due  ruzziche (ruzzole) (più una di riserva)

una razzacaia o sparacaja (spago ad hoc)  per ogni giocatore.

La ruzzola, si sa, era ricavata dalla sezione di un ramo o una pianta giovane di pero, gelso o sorbo ben levigato e regolarmente rotondo, dal diametro tra 20 e 30 e spessa 4-6 cm.

La razzacaia o sparacaja era uno spago o cordina dal diametro massimo di 3mm legata ad un braccialetto di cuoio o altro materiale, così che lo spago restasse attaccato al braccio del lanciatore. I più raffinati, avevano addirittura un supporto per infilarci il pollice. Qualcuno si portava la pece greca per non far slittare lo spago sul legno della ruzzola.

 

 Il gioco consiste nel lanciale la ruzzola sulla strada e mandarla il più lontano possibile; a tale scopo, si attorciglia intorno alla ruzzola la sparacaja che serve ad allungare la spinta, così come si fa per mettere in moto i piccoli motori a scoppio. Più giri si riesce a gestire, più lontano può andare la ruzzola. Ovviamente chi ha le braccia più lunghe può gestire più giri, ma non è detto che sia sempre un bene, in quanto troppa forza impostata può risultare dannosa alla direzione. Quando si incontra una curva, bisogna dare “l’arzu giustu” alla ruzzica, altimenti va dritta e non segue la strada; l’arzu è dato e da come lanci la ruzzica e da come rebuticchi a razzacaja. Lo spago va girato in senso orario se la ruzzola la lanci afferrandola dall’alto ma antiorario se l’afferri verso il basso. Mi spiego: la ruzzola, di norma, va afferrata sulla parte alta in modo che il pollice stringa la faccia interna, l’indice ed il medio a tenere lo spago sulla costa e l’anulare ed il mignolo a stringere la faccia esterna;  col braccio come fosse il pendolo di un orologio, nel momento che si tende in avanti, si lascia andare la ruzzola con mossa rapida e nel ritirare il braccio indietro, lo spago imprimerà maggior spinta alla ruzzola.

Quando ero ragazzo io, u Mascaró stava dove ora c’è il distributore della benzina ed era di solito il punto di partenza per le gare; ma se si andava verso Monteflavio, la partenza avveniva dal bivio, dalla trattoria di Pasqualino (l’attuale Lupa Romana).

La gara poteva svolgersi sia individualmente che per squadre.   

Se i concorrenti erano due o due squadre, le ruzziche erano due ma se fossero stati tre, anche le ruzziche dovevano essere tre.

 

Il primo lanciava e metteva il segno dove era arrivata la ruzzica, il secondo con l’altra ruzzica faceva altrettanto; il secondo tiro ripartiva dal segno e così via fino al traguardo designato preventivamente. Ovvio, il primo che arrivava aveva vinto.

 

Per il gioco a squadre, ogni componente effettuava un tiro, come se fosse stato sempre lo stesso giocatore.

 C’era una cosa interessante: chi seguiva il gioco da vicino, faceva anche le scommesse per il miglior lanciatore di ogni squadra.

 

Quando si faceva la gara per la strada delle Pantane, era molto divertente perché si arrivava al bivio di Carulano (il bivio di Montelibretti che s’incontra quando si va a Nerola) e si tornava indietro e c’era sempre la sosta da Filippò, una specie di trattoria-osteria che stava proprio al ridosso del Risecco al Ponte di Moricone, proprio al bivio dopo il cimitero. Casale distrutto durante la guerra…ma questa è un’altra storia!

Permettetemi un aneddoto.

Mi ricordo che il 15 agosto, era diventata una tradizione, i miei zii Oscar , Merino ed Anacleto con Alcide Morelli, Domenico Vannicola coi compari Anselmo ed Emilio Molinari ai quali si aggregavano altri moriconesi venivano da Roma dove abitavano e  la mattina, con forme di pecorino per ruzzica, rruzzichènno ruzzichènno, arrivavano a Monteflavio (dove c’era e c’è tuttora la Festa della Madonna di mezzagosto) e chi perdeva pagava da bere per il pranzo dove, se non si fosse rotta prima, rompevano la forma di pecorino. Al ritorno, stessa operazione culminante con lo stesso rito per la cena alla trattoria di Pasqualino.

 

Oggi, per poter fare ciò, ci vorrebbe un permesso almeno provinciale per poter bloccare il traffico!

Quante sudate! Quante volte, noi ragazzini, a fare da raccattaruzzica nelle curve dove quasi mai la ruzzica faceva tutta la curva!

Ancora una volta, vi ho portato in un epoca che ci permetteva di divertirci con poco.

 

Questo gioco me lo sono ricordato bene, anche perché nella Scanzìa ho ritroivato questo:

                                         A Rruzzica (che delusió)

Aprile 1961


Èmmo spettatu tandu ‘llu momendu
>de iì a Stazzanu a ruzzica a giocane
e ce mettèmmo tuttu u sindimentu
persinu a pece greca pe ttaccane.
Loco ci sta u stradó che va a Cerritu,
a strada è ppiattita a senza buce,
sopre u fosso ci sta u cannitu,
a ì e vinì no stemo controluce.
U primu fu ‘Ngilinu Pumpilittu:
girò a sparacaja all’uritrusu,
a ruzzica volò quaci s’un tittu!
U spacu meu era ‘mpo currusu,
reggea solo cô cache filittu,
cucì che pure io fui delusu!



Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

I sassi dea Vallicella 27 giugno 2015[1] Che aria bona e bella ci sta ‘nnà Vallicella! Quantu ce sse sta bene: bbeatu chi ce vène. Penza tu chi c’è natu
 
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