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COME FACÈMMO  XIV parte

  Cari radiomanzo ascoltatori buona sera, come eravamo, Puntata XIV

Prima di cominciare con un ulteriore ricordo di come facevamo, pe dilla a la paesana, come facèmmo, devo precisare qualcosa riguardo al primo maggio.

Dunque, mi sono giunte delle lamentele, da un punto di vista giustificate, perché ho parlato dello sesso argomento da una sola angolazione e cioè avrei mischiato un fatto sociologico-storico con uno religioso-pagano. Il primo è quello che ha poi generato la “Ricorrenza del Primo Maggio” ( degenerata poi dal sistema consumistico in una festa, come del resto quella della donna); il secondo un rito millenario per propiziarsi le Divinità in merito alla Fertilità della Natura. Nella mia presunzione pensavo di essere stato chiaro e di aver fatto capire che erano due cose diverse, soprattutto per ciò che riguarda la società nel mondo del lavoro. Inoltre, i nostri interventi a questo spazio, sono mirati a ricordare soprattutto cose  “di casa nostra” che non sono memorizzate in nessun sito, mentre i fatti di cui sopra in rete ne trovi quanti e quando vuoi. E non è mia intenzione sminuire i fatti che hanno, da sempre, generato indignazione e rivolte; anche se, lasciatemelo dire, sinceramente non ci provo quasi più a incitare all'indignazione: nessuno sa più cosa sia! Ne sono addolorato e deluso.

Torniamo ai nostri ricordi...Siamo arrivati al tempo delle cerase! Premetto che non amo chiamarle ciliege: mi danno il senso di quelle comprate come se fossero fabbricate e non coltivate!  Certo, raccontata da me la raccolta delle cerase di molti anni or sono potrà sembrare un paradosso; ho si e no meno di un quarto di chiamiamola così “contadinagine”; infatti il da parte di padre mio bisnonno era campagnolo, mio nonno non lo era più

; da parte di madre, mio nonno era contadino e mia madre non più...quindi, traete le conclusioni. 

Qualche decennio fa, raccogliere le cerase, era molto più impegnativo di oggi, per svariati motivi:

·       le qualità erano di meno e producevano anche meno frutti;

·       le piante erano molto più grandi e necessitavano scale altissime;

·       per arrivare sul posto della raccolta, non essendoci i mezzi meccanici di oggi richiedeva più tempo.

Mi ricordo che noi le cerase le avevamo solo a Sandunicola  e due piante nelle Cerreta; erano altissime e a certe piante ci voleva la scala di trenta “pizzughi”, trenta pioli, vale a dire circa sei metri e per spostarla ci voleva, oltre ad una certa praticaccia, anche parecchia forza. Naturalmente, da noi, dove serviva la scala lunga, ci voleva per forza mio padre, quando non c'era Gianbattista, mio cugino, nel terreno accosto al nostro; se c'era lui, ci veniva a cambiare la scala, tanto quasi sicuramente per fare una scalata passava qualche ora. E bisognava stare attenti a non “cecà l'ócchi” , rompere i germogli dove sono attaccati i frutti; non far rompere i ramoscelli e far caso a quelle mangiate dagli uccelli. Se poi, a quell'altezza, si levava un po' di vento, era triste davvero! “ Non remanì 'nvirzatu..vaje appressu au ramu, che non ze róppe!” mi urlava dall'altra parte Giambattista... lui parlava bene!  Però, quando si stava nelle piante più basse, era veramente bello “coje 'e cerase”.

Nel ricordo di mio cugino, in coda, ci sarà una poesia che scrissi per lui.

Dopo qualche  e qualche anno, cominciai a spuntare le piante più alte e tutti dicevano che si sarebbero seccate. Ma si seccavano prima quelle che non avevo mai toccato. Oggi, a distanza di anni, le cerase le potano tutti, o quasi; le scale sono più corte e addirittura si usano le scale a libretto per i rami esterni alla pianta, anche perché la qualità dell'albero è diversa e permette al ramo di flettere per molti anni, prima che divenga troppo rigido. Sono subentrati gli “ancini “ per  tirare i rami e le cassette al posto dei bigonci.

Voglio raccontare un fatto a proposito di piante alte: mio suocero aveva, nelle Roppe, un ceraso altissimo dove con una scala da 33 pioli, si arrivava a tre quarti; l'ultimo tratto mio cognato saliva “ a péttu”, cioè si arrampicava, per la gioia delle “furmiche puzze”, le formiche rosse. Alla mia perplessità perché non si provvedesse ad abbassarla mi trattavano da incompetente quale in effetti sono. Fatalità è toccata di parte a mia moglie. Mio suocero disse subito che ormai quella pianta era condannata! Difatti, la prima cosa che feci la abbassai alla portata della scala più lunga che avevo e cioè 28 pioli. Premetto che ai rami più bassi per accedervi occorreva una scaletta di 18 pioli. L'anno successivo, oltre alle cerase più grandi nei rami nuovi della cima, cominciarono a ricomparire rami in basso. Per farla breve, dopo circa trent'anni il ceraso campava ancora (l'ho tagliato l'anno scorso), i rami bassi bisognava tagliarli per passarci sotto col trattore ed il tronco  era quasi un metro e venti di diametro e viveva senza trattamenti di sorta, per la gioia delle mosche del ceraso; non era il caso mandare la persona che mi fa i trattamenti alle Roppe per una sola pianta che, tra l'altro, non facevamo mai in tempo a cogliere.

Una volta, quando eravamo più poveri, i “bagarini” si mettevano lungo la strada e concordavano il prezzo e quindi se si combinava, lasciavi lì le cerase ( la frutta in generale) o la si portava nel suo magazzino se il bagarino era locale; quantomeno si andava direttamente nel magazzino di fiducia e si concordava il prezzo ipso facto e non come oggi, che non si sa a quale prezzo si lascia la frutta.

Prima dell'avvento o se preferite l'invasione dei trattori, verso le dieci di mattina, cominciava a ritornare qualche soma e i bagarini, pronti per accaparrarsi la frutta e man mano che passava il tempo, erano sempre più affollati i punti strategici di passaggio ed era uno spettacolo da documentario. Più il così detto progresso è avanzato meno la parsimonia contadina è rimasta solida e si è lasciata coinvolgere dalla globalizzazione.

Con questo andazzo, i giovani si rassegnano, noi cerchiamo di far trovare tutto pronto e nessuno, o pochi, si preoccupano per il futuro. In tutti i campi. Non mi si fraintenda e non leggete tra le righe che era meglio quando era peggio perché non è vero e non è quello che penso: voglio dire che staremo meglio se il futuro lo preparassimo, non solo condannando gli errori fatti ma correggendoli.

Ecco la promessa poesia sulle cerase;

 

COME SE COIJU ‘E CERASE
18 giugnu 2010

 I


Fratimu cugginu  Giammattista,
non saccio, mo, se tu u té presende,
de ‘e cerase era un’artista,
e m’ó repetea continuamende:
ai rami de ‘e cerase sopre vaije
e non ì tirà mai dall’ardu au bassu;
quanno ce rrivi bbè, principia a coije
e non remanì tóstu com’un sassu!
E se ‘a cerasa, pó, te se spicciòla,
pija ‘na cordicèlla e u ramu ttacca:
non ce iì mai có ‘na mani sòla;
pija prima ‘e cerase, éppó u picciólu:
coll’ógna deu ditó u picciólu stacca
e quaci mai remane u vacu sólu!
                         
                                                         II
Se mo campasse, póru Giammattista,
se ccurgirria che ‘e cóse so cambiate!
Pé primu non ce sèrve più u funista:
‘e ramacce cói ganci vau fermate!
Mo non zo più Morette o Jacarèlla,
Ravènne o  Raffiuni de Piemonte:
mo tengu i nomi come ‘na modèlla
o ‘na canzone de Capudemonte;
I rami pó piecalli addó vóne.
Però benanghe coi trattamendi,
p’éa marmellata mancu so più bone,
se com’ovanno non zé vede un lume;
aru ‘e cerase de quilli momendi:
come allora è tutt’un fracicume!
III


Peròne, Giammattì, tu m’ha da crede:
quanno ‘a staggione è bona pé daviro,
‘ste piande te dimostrano ó stravede:
quann’e sta a coije te pari un emiro!
Te tróvi circundatu da rubbini
più gróssi de ‘e capocce dei picciuni,
e penzi che i piccióli lucì fini
fatiganu pé règge llì palluni!
Però, cugginu meu, quanno rrivi
e scarichi, addio illusiuni,
có quello che te dau stì balivi
dei bacarini, che so gran latruni!
Pé quesso semo ‘ncora più retrivi
de quanno vui coijète i Cerasuni!
                              


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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