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COME FACÈMMO  XVI  parte

 Cari Radiomanzo ascoltatori buona sera a tutti


 come facevamo XVI  puntata

 

Da questa puntata in poi, non ci sarà più distinzione e sia che la narrazione avvenga dai miei ricordi o da ciò che ha scritto Giggi – d'ora in poi Luigi Filippetta per noi sarà Giggi- , faranno parte tutti della linea “ Come facèmmo”.

L'atro giorno sono passato a vedere se il mio nipotino stesse giocando nei tanto, qualche anno fa, debellati giochi del Parco della Rimembranza e ho potuto vedere che a Moricone non mancano certo bambini; sicuramente una buona dose di, diciamo così, produzione la si deve agli stranieri, molti dei quali, ormai, si considerano moriconesi, avendone acquisito ben presto il comportamento.

Due cose mi hanno colpito:

·       nessuno gioca più a qualche vecchio gioco;

·       nessuno, ho visto, gioca neanche a giochi “importati” dagli stranieri.

E sì che i giochi si assomigliano tutti anche se si chiamano diversamente: noi giocavamo a “rompi il cerchio” e i bambini rumeni “all'orso addormentato” che è quasi uguale (per noi, chi rimaneva in mezzo al circolo diventava un “broccolo”, mentre i rumeni i mezzo al circolo ci ritrovano un orso); Noi giocavamo a “ruba bandiera”, i bambini turchi lo stesso; il nostro “spacca la pietra” per loro era (ed è) “rompi il mattone”. Ad eccezione dei bambini sotto i cinque anni, che ancora si divertono tutti con lo scivolo e l'altalena, da cinque anni in su già hanno in mano il giochetto elettronico che ha sostituito i giochi di movimento e di perizia motoria e di resistenza come “buzzico” e “buzzico, buzzico rampichino” e tanti altri giochi!

Voi vi domanderete perché ho cominciato il discorso parlando di una cosa, poi passo a parlare di giochi dei bambini! È la memoria che mi gioca questi scherzi:  ho ripensato, appunto, che quando ero bambino io quando giocavamo, si facevano giochi che ci tenevano più uniti e poco dava alla vanità personale – non che non lo desse, ma ben poco- e si era uniti a giocare in gruppo. I giochi odierni, sono studiati per creare individui “solisti”, solitari e portano all'educazione del “ chi più ha, più è!”. I giochi che si facevano prima, a parte che la maggior parte erano a costo zero o quasi; chi poteva al massimo aveva la bicicletta, il monopattino ed il trenino a carica meccanica. Con questo non voglio dire che si deve tornare  tempi di quando poteva avere i pattini solo il ricco; nemmeno, però, bisogna esagerare nel mettere in mano ai bambini solamente giochi che permette loro di correre solo con l'immaginazione!  Ecco perché sono andato a ricercare nel libretto di Giggi , “APPUNTI E NOTARELLE MORICONESI”  - e precisamente a pagina 83 – nel capitolo GIOCHI.

Lui, Giggi, si è limitato a ricordarceli con una sommaria descrizione, mentre mia intenzione è descriverli dettagliatamente -per quel che mi ricordo -  così, non perdiamo la memoria di questa straordinaria ricchezza che abbiamo abbandonato. 

Prima di cominciare con la serie di giochi – state tranquilli: ne descriverò uno o due per puntata, in base alla lunghezza – prima di cominciare, dicevo, voglio raccontarvi il dialogo tra me ed Andrea, il mio nipotino più piccolo – sei anni -  ecco il dialogo:

“ Nonno andiamo all'edicola?” « Prima del giornalino dovresti fare i compiti..» “oggi non lo sai che sono uscito alle quattro? I compiti non ce l'ho! Eppoi  non devo comprare il giornalino...” «ah! E putacaso cosa dovremmo comprare?»  Tengo a precisarvi che ha cinque anni e mezzo e fa la prima elementare – essendo nato a Febbraio, per millesimo ha sei anni - “ Ma perché dici putacaso? Cosa vuoi dire che non lo possiamo comprare? “ dopo che gli ho spiegato “putacaso”, ho cercato di dissuaderlo ma, come al solito -complice la nonna – siamo usciti per andare all'edicola. « Allora, cosa compriamo?» “ ...Qualcosa...”  E lì, un'altra discussione su quel qualcosa che quando alla fine .... “ ma nonno! “ sbotta lui “ se proprio tu mi ha fatto comprare Alfabot al posto dei Gormiti!” « È vero, ma non pensavo che significasse comprarne uno ogni due giorni..» “ che ci posso fare, se ci sono tanti doppioni... Èhe! “ « E già! » commento io. Per chi non ha bambini spiego che Alfabot è il risultato di Alfabeto e Robot cioè sono dei piccoli (non tanto) robot di plastica che si trasformano in lettere e numeri; io ingannato dal nome l'ho forzato a deviare su di essi al posto dei gormiti che sono piccoli mosri di sostanza gommosa.

Andrea dopo qualche secondo mi fa eco: “E già! “ pausa di qualche secondo poi” Nonno, ma tu come giocavi? Papà ha detto che i gormiti ve li facevate da soli!” Intanto eravamo giunti all'edicola e Daniela ha smesso di leggere per assistere all'ormai consueto duetto di nonno e nipote per accordarsi sugli acquisti; perché Daniela si diverte un mondo, non tanto perché poi, vende qualcosa ma per le reazioni del bambino alle mie dissertanzioncelle. “ Nonno, ma insomma! Uffa! Prima dici che compriamo e poi tiri la molla” « Tira e molla, vorrai dire...» “ Vabbè! ..” «Senti un po'» faccio io «ma non mi avevi chiesto come giocavo io?» “Sì, ma ora Daniela aspetta...”  - No, no! - esclama Daniela – io non ho fretta...devo aspettare l'ora di chiusura; fate pure...-  “ Sì, vabbè! Prima compriamo l'alfabot...” - Sono finiti – dice l'edicolante – forse arrivano dopodomani...-  “Allora prendo xxxxx ce l'hai?”  E i soliti tre euro e cinquanta li abbiamo spesi per altri orribili giochetti di finta gomma viscida e schifosa. Daniela, potrà confermare che questi dialoghi davanti l'edicola sono ricorrenti e lei è affascinata dalle risposte di Andrea.

Davanti al bar dello Sceriffo, torna sull'argomento di quando i gormiti me li facevo da solo! «Guarda che hai capito male» dico io « non erano i gormiti, ma i carri armati!» Lui mi guarda stupito e non capisce di cosa parlo, così gli spiego cos'è un carro armato:« Ti ricordi quel gioco che ogni tanto mi chiedi di fare al computer, che in base alle carte che escono gli avversari si sparano cannonate?” “ Uor (War)?” dice lui «Bravo! Esattamente: quelle macchine che sparano sono i carri armati.» Allora, si è affascinato e ha voluto sapere. E gli ho raccontato , dopo che gli ho dovuto spiegare cosa fosse un rocchetto vuoto, come ci costruivamo I CARRI ARMATI

Al rocchetto vuoto, venivano spizzate le rotondità che fungevano da ingranaggi non squadrati, per attecchire meglio nel terreno; si preparavano due  zeppi: uno  lungo poco più del diametro della “ruota” e l'altro molto più lungo; una rondella fatta con un pezzo di sapone o di cera e un elastichetto. L'elastico - dove si infilava lo zeppo più lungo - veniva infilato nella rondella, si faceva attraversare il buco longitudinale del rocchetto e si teneva fermo infilandogli nell'estremità libera lo zeppo più corto, diametralmente opposto all'atro zeppo, in modo che  fuoriuscissero solo da una parte delle “ruote dentate”; si caricava la molla facendo roteare in senso orario lo zeppo lungo e si posava in terra la macchina da guerra! Ovviamente lo zeppo più corto veniva direzionato verso l' alto a mo di cannone. Mio fratello, mi ricordo, inventò di usare al posto dello zeppo lungo, una forchetta che fuorisciva anche verso l'alto a mo di mitragliera a tre canne!

Non meravigliatevi, ma eravamo in guerra e la scuola era quella! Prima di noi, venivano usati come “macchine” normali.

Questo è il primo gioco che, tra l'altro Giggi non ha in elenco, della serie dei GIOCHI di COME FACÈMMO.

Sperando di non avervi annoiato, vi propongo una poesia estratta da “I gióchi de 'na vôta”.

 Per i più giovani: i termini piribissu e littorina, sono un giocattolo il primo ed,un treno veloce del periodo fascista, il secondo.

 

U CARRARMATU

Có u rócchéto vòto
de qua e dellà 'ndaccatu,
un lasticu pé moto:
divenda un carrarmatu.
Quante battaje hó vente:
io me ngarrava tuttu,
perché io 'nna mente
non ce tenea u prisuttu;
immece d'u sippittu
io m'éa 'nvendatu
a mettece un firrittu
apposta sagomatu.
Donca passava issu
facea 'na ruvina:
come che un piribissu,
parea 'na littorina!


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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