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COME FACÈMMO  XVII  parte

  Cari Radiomanzo ascoltatori buona sera a tutti

 come facevamo XVII  puntata 

la puntata di questa sera, comincerà con la descrizione delle regole dei giochi, tanto per cambiare, in versi moriconesi spiegati, poi, nei particolari dei termini usati. Chi avrà la disavventura di leggere, poi, quel che dirò, potrà leggere le note nella poesia direttamente. Cominciamo con

I gióchi che facèmmo

COME CUMINCIANU I GIOCHI

Pe Mario, pe Mario ìh!, se contava;
e quillu che toccava de “cecasse”[1],
a rispettà i partiti[2] ciobbrigava,
in modo che gniciunu scardellasse:
chi sballa u pizzicó e  arreto gira,
ciovè vordì chi fane a cavalletta;
chi non ce tè[3];chi a leppa non retira[4];
chi senza dì je dajo, u bastó jetta[5];
chi scardella[6]; chi 'nzegna[7] : quissi jaciu.[8]
E se cumincia u giocu cumbinatu. 
Ma se stii 'nnu Ciculó de Maria 'e Biaciu,[9]
'nni partiti ci stea 'na reculetta
che gniciunu mai arria  'nnunciatu:
rrivà 'nna Pruvingiale è cavalletta!

 Per ogni gioco, l'inizio era tradizionalmente lo stesso: ci si metteva in cerchio e si faceva la scelta di chi doveva essere o il capo o la vittima o il servente  o quel che si decideva; si cominciava con l'indicare da dove partiva la conta e se fosse stato Marsilio, chi si prendeva l'incarico diceva: “Per Marsilio, per Marsilio, ihi!”, e ognumo apriva la mano dischideno le dita che voleva; l'incaricato conteggiava e fatta la somma, partendo, in  questo caso, da Marsilio, contava ed arrivato al termine, dove il conteggio finiva, quello era il sorteggiato.

Il sorteggiato prima di iniziare il gioco, dava i partiti; cioè dava le regole che in linea di massima quelle principali erano sempre le stesse, poi c'erano le varianti.

Ecco le regole: “Chi sballa u pizzicó” chi oltrepassa l'angolo di un certo palazzo; “chi non ce tè” chi non si attiene al segno, che per il nascondino e la tana significava non tenere bene bendati gli occhi (in verità, i più pignoli -come quando toccava a me- precisavamo “chi fa l'occhietta” per chi “se cecava”, cioè si bendava gli occhi); ”chi a leppa non retira” chi non rilancia la lizza quando riesce a prenderla a volo; “chi non dice je dajo”, quando si gioca a “picculu” ogni parecipante che lancia il bastone deve urlare qesta frase, per avvertire gli altri di fare attenzione, essendo molto pericoloso un bastone che roteando deve aldare a colpire “u picculu” a una decina di passi; “chi scardella “, chi bara o imbroglia o cerca scuse per non stare ai patti; “chi 'nzegna” chi indica il nascondiglio di altri; “ Ciculó de Maria 'e Biaciu,” u ciculó è una zona particolare del paese vecchio, anzi ci sono due ciculó: uno che va da via del Forno a via dei Portici e quello citato in questo contesto che va da via Garibaldi a via Provinciale ed erano, quando ero ragazzo io dei dirupi quasi impraticabili, malgrado ci fosse una stalla al primo e l'abitazione, appunto di Maria al secondo. Secondo le mio ricerche, “ciculó” è la storpiatura del termine antico di “cicognóla” che era non altro che un tipo di sifone o raccordo di acque; difatti al primo convogliavano le acque che venivano dalla parte alta del Borgo che attraverso una candotta  sotto le case sfociava proprio in via Garibaldi a pochi metri dal secondo ciculó che andava a finire sulla strada provinciale. A via dei Portici (che allora per noi era u ciculó de 'e casacce) nel largo all'altezza del numero 30, c'era ancora, fino a qualche anno fa, la condotta che scendeva a via Garibaldi e noi ci facevamo a ”sciufelarelli” : il coraggio dell'incoscienza! E mi ricordo anche che Marcella, la mamma di Andrea Felicelli, che abitava proprio la, ogni tanto ci rincorreva con la scopa per non farci fare quelle bravate; Andrea però era quello che le prendeva sul serio, quando rientrava in casa.

Una piccola parentesi: qualcuno si chiederà come faccio a rivivere avvenimenti accaduti in punti diversi del paese; è presto detto: io facevo parte della Valicella perché oltre ad esservi nato, avevo lì i cugini, la nonna e casa paterna, però abitavamo a Moricone vecchio e quindi, indifferentemente “giocavo in casa” sia nella parte vecchia che nella parte nuova.

Ritorniamo ai “partiti”: quelli descritti sono quelli nominati nella poesia, ma ce ne sono degli altri che al momento non ricordo bene, ma in seguito, sono sicuro che nella descrizione di ogni gioco, verranno fuori. Ecco, per esempio ora ho ricordato che quando si gioca a “esce Girolamo” c'è la regola che prima di uscire, Girolamo, deve dire con chi esce, come “esce girolamo col primo e quarto figlio” e guai se poi esce col secondo figlio.

Passiamo ora alla descrizione di un gioco. Questa sera perliamo delle TANA.

Queso è un gioco che è stato attuale fino a qualche anno fa e si gioca dappertutto. Dopo la conta, al destinato ad “accecarsi” che sarebbe poi il guardiano della tana spetta dare i partiti che sono quelli descritti, in parte. Ah! Dimenticavo di descrivere il significato di “jaci”: “Jace o jaci” oppure aci  vuol dire essere puniti o esclusi dal gioco. (jaci deriva dal latino “iaceo” che tra i significati comprendere sostare, giacere, fermarsi). Finito di contare, ci si accorda prima fino a che numero – noi si contava fino a venti, ma poi, mi pare lo hanno prolungato a cento- il guardiano scruta intorno se vede qualcuno e se lo vede, dice “èllo Giuvanni, arreto ae vutti!”, Giovanni esce e va a consegnarsi (oppure rimane dov'è in base agli accordi presi) e così via  finché non è costretto a spostarsi per ritrovare altri “diciamo così nemici” ch insidiano la tana; individuato un altro bambino, deve dire che lo ha trovato e correre a “fare tana” toccando l'potetico ingresso della tana; ma se arriva primo l'individuato, allora questi pronuncia , toccando la tana, “tana libera tutti” se ci sono più prigionieri uppure “tana pe Giuvanni” . In ogni caso, i prigionieri vengono libati e si ricomincia e l'accecato resterà lo stesso. Se invece nessuno libera nessuno, l'accecato sarà un altro.

Lo so benissimo che Skylander o BenTen10 sono più affascinanti, ma dovremmo mettere gli occhiali molto prima di quando giocavamo a tana.
Secondo l'elenco di Giggi, il prossimo sarà “ a buscarelli”.

Con molta probabilità questo sarà il nostro ultimo incontro della stagione.


[1]     Vale per colui che era di turno a “subire”, cioè l'incaricato a cercare, riportare, parare ecc eccc[2]    Erano detti i partiti, le regole da rispettare durante il gioco.[3]    Chi non rispetta l'eventuale linea del limite [4]    Ci non restituisce la nizza [5]    A “picculu” prima di scagliare il bastone sul bersaglio bisognava avvrtire con “je dajo” [6]    Chi bara o non sta ai patti [7]    Chi indica all'accecato dove si nascondono i giocatori [8]    Jace o jaci oppure aci  vuol dire essere puniti o esclusi dal gioco. (jaci deriva dal latino “iaceo” che tra i significati comprendere sostare, giacere, fermarsi) [9]    Ciculó  (probabilmente  abberrazione di  CICOGNÓLA, termine antico per indicare un sifone, un raccordo di acqua)



Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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