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UNA PERLA NASCOSTA (IV)

 

Ormai avanti negli anni e conosciuta e venerata perfino nella Curia romana dove godeva di altissime protezioni, ai prelati, religiosi e sacerdoti che salivano fino a Moricone per conferire con lei sui gravi problemi delle loro anime e ammirati per le risposte piene di sapienza le chiedevano dove avesse attinto tanti lumi, Sr. Colomba Maria di Gesù rispondeva subitamente, additando il Crocifisso: È Lui, il mio solo Maestro! Anche noi, per l’amore che le portiamo, vogliamo pregarla che ci faccia da guida nel pellegrinaggio attraverso l’umanità di Cristo Sofferente per arrivare in letizia al Cristo Glorioso. Anche lei, come «quelli che sono di Cristo Gesù, ha la carne crocifissa colle passioni e voglie sue» (Gal. 5, 24), nella certezza beata che «se morimmo con Cristo, noi confidiamo che anche vivremo con lui » (Rom. 6, 5.8).


Non è voglia matta di distruggersi la sua, quasi ossessiva ricerca della penitenza, ma la necessaria spogliazione di sé per rivestirsi di Cristo (Rom. 13,14) e pur dormendo in terra, portando il cilizio giorno e notte, cospargendo di cenere i cibi scarsi, essa sapeva bene che veramente non consisteva in questo il patire. «Dopo lo capii che consiste il vero patire in negare se stessa e vincere e negare le proprie passioni» (Manoscritti, fase. 3°, pag. 25). La motivazione è sempre la stessa: dalla culla al Calvario Cristo non fece che patire «e in sentire che un Dio Incarnato patì e fece tanto, solo per salvare e redimere le anime nostre, et lui innocentissimo e sì dilicato il divino suo corpo, mi venne tanta vergogna di me che mi vergognavo di vivere. E dicevo meco stessa: e come li santi hanno tanto fatta penitenza, e Gesù ha patito tanto, et io finora non ho mai patito, né fatta penitenza e ho fatti tanti peccati gravi? O Dio, che smanie erano le mie» (ivi, pag. 2o). E proprio questa passione della sofferenza e la mancanza di una direzione spirituale (aveva solo diciassette anni! ) la portano ad eccessi che leggiamo in una delle incantevoli pagine delle sue confessioni. «Avevo letto la vita di una santa, che non mi ricordo chi, e intesi che questa, per averla lodata i fratelli che aveva le mani belle, lei le mise sotto la calge (calce) e cenere e così le fece diventare brutte; un’altra che pregava Dio che la facesse diventare brutta agli occhi degli omini e così ottenne; onde fu che anch’io mi servii di questa via. Inventai il modo di strapazzare le mani. Perché non avevo calce, incominciai a lavare i piatti e fare bona lesela, tanto che mi ruppe tutte le mani che mi facevano sangue: certo che mi davano gran dolore, ma che il desiderio di patire non prezzava dolore: più mi ingrassavo. Ci erano molti che mi tenevano l’occhio sopra, senza però del mio pensiero, che altro non volevo che Dio; e quantunque bella io non ero, pure sempre, nelle mie orazioni piangevo e dicevo: Signor mio carissimo, fatemi piacere solo agli occhi vostri purissimi; non permettete che io sia bella agli occhi di nessun omo, acciò nessuno pensi a me. Voi sapete, Gesù mio, che io voglio solo piacere a voi; e di ciò ne pregavo ancora la Madonna santissima e ci piangevo con lacrime in abbondanza, macché! più mi ingrassavo e sempre qualche cosa sentii di lode che mi cresceva il patire; gran pena provavo dentro di me. Quando uscivo di casa, molto procuravo di andare coperta, di modo che se avessi potuto cuoprirmi ancora il viso, l’avrei fatto, acciò nessuno mi avesse osservato. Fuggivo più che potevo il trattare con omini, ancorché parenti et in questi et in altri patimenti interni in cui io pigliavo battaglia, mi faceva provare il Signore molta consolazione interna: che era quel desiderio di patire e di avere modi per patire e farmi santa... e pregavo Dio: O Signor mio, io non sono contenta, vorrei patire un poco più: voi avete patito tanto per me, è ragione che io patisca per voi e sconti li miei peccati. 0 Gesù mio, fatemi venire una malattia grande e fatemi patire tanto per vostro amore, e così mi consumerò un po’ tanta carnaccia(!) che porto in questo mio corpaccio (!) Mah, che io non so ridire l’odio grande che avevo contro di me; alle volte restavo estatica in considerare le materie del corpo humano, pigliavo discorsi mentali dentro di me, mi stupivo e così discorreva l’anima mia: ora che servono tante pompe, tante galanterie(non scordate che siamo al tempo delle dame incipriate e dei cicisbei azzimati! ), tanti carezzi a questa misera carne, poiché è un pasto di vermi: vermi mangiano vive e vermi ci mangeranno dopo morte. O Dio, cosa

Io ci sono! impastata di creta e vermi e chi mai fosse cieca in amare il corpo, o Signore mio, e questa povera anima sta in queste catene legata, tra vermi, putredine... o che schifore,  o che puzza!  e mentre così discorrevo, sperimentavo  certo orrore con schifo di me stessa,  che non avrei voluto abitare più nel mio corpo, ma volentieri saria morta se non mi avesse fermato questo pensiero; quel desiderio di patire e fare penitenza dei tanti miei peccati» (Fase. 3, pag. 27).


Lo stesso desiderio di patimento la porta a rivivere con impressionante vivacità di partecipazione, le varie fasi della Passione: vede, sente, tocca, piange, sviene, grida: «Ah Gesù mio, mai mai più, non sia più che io vogli  peccare; mi pento, mi dolgo: contento farti non esser nata al mondo per non averti mai offeso; ma adesso che vi conosco non sarà mai più voglia offendervi, mai più peccare, ma con questo preziosissimo sangue resti lavata l’anima mia (e qui parevami di raccogliere, leccare quel preziosissimo sangue sudato da Gesù)» (Fase. 2, pag. 10). La foga dei sentimenti incalzanti fa traballare la grammatica e la sintassi per pagine e pagine di amore di propositi di elevazioni e di luci riverberanti il regno della mistica più alta. Tra le tante, trascriviamo alcune righe dal fase. 5°, dal momento che non possiamo dar conto di tutto. «Adesso che scrivo si rinnovano in me li acerbi dolori sìa dell’’amoroso Gesù che di Maria SS.ma sua Madre. E queste contemplazioni accendevano sempre più la carità con i propositi miei per tirarli a Dio e lasciare il peccato.


Il Confessore, poi, Mochetti (meraviglioso arciprete di Moricone, dico io!), che voleva saper  tutto che caduto mi era nella s. orazione, arrendendomi alla s. obedienza, di tutto dava  conto e secondo che Gesù mi invitava a imitare io le sue sante virtù, mi sentii un desiderio di portare la croce per contemplare  così camminando, come andasse al Calvario. Tutto applicavo per la conversione dei peccatori ed in suffragio delle anime benedette del s. Purgatorio. Feci una croce: presi un tavola non assai larga, ma lunga, poi ci legai una traversa in forma di croce. Questa mi ponevo sulle spalle e camminavo per casa meditando la strada del Calvario. Ci facevo le cadute che fece Gesù nel portare la croce. Oh Dio! chi pole esprimere che cosa era comunicato all’ingrata anima mia! ciò io esercitavo in sala quando le due mie compagne eran andate a letto! Poi cresceva il desiderio. \ erano le scale un poco alte, aspettavo che mio padre e mia sorella fossero andati a letto e poi  pian piano pigliavo la croce sulle spalle, calavo quelle scale e poi le risalivo in ginocchioni con  stento e dolori. In mezzo alle scale facevo 1(una) caduta figurandomi Gesù con la faccia a terra.


O Dio, che tesoro trovava! Quando poi avevo terminato e salite tutte le scale, avevo destinato il loco dove mi crocifiggevo in piedi; ivi  mettevo con le braccia in croce ed ivi stavo tre ora contemplando le tre ora che Gesù era posto in croce e tutto mi si faceva presente e   tutto ne voleva il conto il confessore che poi ordinò che io scrivesse tutto come obbedii.  Ma  l’inimico demonio, arrabbiato che mi vedeva esercitare tale esercizio pregando ed offrendo  a Gesù per la conversione dei peccatori, : brutto demonio si faceva in vari forme, or spaventandomi, ora burlandomi ridendo mi diceva: Sei matta, a chi credi? Lascia la tu pazzia, che credi tu? ti destrazi  senza merito lascia lascia, va a riposare. Ed altre orride  cose. Ma con un «Gesù» lo facevo sparire. In  specie il giorno di venerdì, mi serravo in camera e mi ponevo in croce. O Dio che bruttezze mi facevano i demoni di forme così orride che non so ridirle.


Una volta lo trovai in forma di crocifisso ma brutto, o Dio! — Mira me — mi disse. Et io: — Gesù mio misericordia! Sparì gridando - Maledetta tu sei! Mi inorridivo, è vero nella mia umanità, ma in intimo spirito pigliava più fortezza il cuore mio. Mi posi in  croce e qui sentivo l’amato Gesù con più chiarì colloqui intimi di spirito che scotevano dalla mia mente ogni timore e più si rendevano infuse nel mio intelletto le dottrine della fede, che sempre più sapevo dirigere ed imparare a vivere la vera cattolica fede alle povere creature» (Pagg/22-23).


Se invece di tante devotissime chiacchiere sulla croce «seggendo in piume» tanti risuonanti bronzi teologici ci parlassero qualche volta «dalla» croce, forse non ci sarebbero tante discordie nel campo di Agramante. Cara Sr. Maria Colomba di Gesù, non ti daremo mai la laurea in Teologia, nemmeno honoris causa!

                                                                                                                       D. Alessandro Valenti

 
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