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'‘A SCANZIA DE PIERLUIGI
I GIOCHI CHE FACEVAMOI GIÓCHI CHE FACÈMMO 10

'A MOLA (IL MULINO)


  Cari Radiomanzo ascoltatori buona sera,  continuiamo con i vecchi giochi e  massera giochemo “a fa i molenari”

 L’ultima volta vi ho accennato al gioco della trebbia…mi sono confuso con un altro gioco:… ‘a mola! Volevo dire la mola.
Prima di raccontare questo gioco, che sicuramente oggi non se ne capirebbe nemmeno il senso, bisogna descrivere dove si svolgeva.
Inoltre, credo lo si facesse solo là ed eravamo pochi a farlo. La località era “I scoji d’Efisio”.
Fuori dal Mandrio (for’u Mandriu), c’è ancora, a sinistra  uscendo dalla parte vecchia del paese, una specie di piazzola sulle rocce, che dà modo di accedere ai locali degli eredi di Efisio Frappetta; sotto ci sono, appunto,  i scoji d’Efisio. Oggi, i locali sono diventati una abitazione e le rocce sono diventate il supporto per piante di fichi d’India ed in parte sfrante per allargare quello che era “Largo del Municipio”, diventato poi “largo Cristoforo Colombo”. Sotto gli scogli c’era una fontanella artistica come quella che sta in via Garibaldi ma, se non ricordo male, durante la guerra fu distrutta; nell’immediato dopoguerra fu rifatta, meno artisticamente, con mattoni rossi e, mi pare, fu poi distrutta con un incidente di un trattore e fu rifatta com’è oggi: un tubo da 150 con un rubinetto. I scoji erano il punto di ritrovo più frequentato quando ero bambino e, oltre a servire da supporto per determinati giochi, era anche il posto dove c’era più possibilità di trovare le lucertole da attaccare ai carrettini, più vicino e comodo. Inoltre, noi ci avevamo trovato un abbozzo di scale ricavate tra i sassi; noi le avevamo fatte ancora più profonde. Questo per salirci senza passare davanti al locale di Efisio, il quale stava sempre a sgridarci. Efisio, lì, ci faceva il calzolaio e noi spesso ci intrattenevamo a sentirlo fischiare mentre batteva il martello a tempo e aveva anche un merlo che fischiettava, mi pare, la Marcia Reale che era l’Inno Nazionale.   
Ma andiamo al punto.
Dunque, bisogna sapere che questi sassi, sono per la maggior parte rocce sedimentarie di calcare e in alcune parte hanno inglobato dei piccoli animali che danno, alle rocce, la caratteristica di sassi bucherellati. Siccome, appunto, bastava in chiodo per allargare o sfondare questi punti più deboli, così ché accadeva che da sopra al sasso, il buco finiva fino sotto. Queste perforazioni, erano derivate dal fatto che qualcuna già c’era naturalmente. 
Noi, non facevamo altro che prendere la terra per farla passare dentro un buco molto largo; chi stava sotto aveva il compito di raccogliere quella che cadeva dentro un picchirittu e passarla a chi stava al buco subito più piccolo; si proseguiva fino ai buchi piccolissimi dove usciva la terra che era quasi polvere. Chi stava sopra ad imboccare aveva il compito di sgretolare, per quanto poteva, la terra che non era passata.
Ma non finiva qui: la terra passata, la prendevano in consegna le bambine che, in base alla raffinatura, ci impastavano le pagnotte, i biscotti e chi più avesse fantasia ne avrebbe fatte. Si facevano, poi, “cuocere” al sole! Quando non succedeva che ce le tiravamo per goco.
Il tutto per la gioia delle mamme che si ritrovavano i vestitini dei figli impolverati ed infangati.
Non so quanti sanno di questo e se qualcuno ancora se lo ricorda; io, non solo lo ricordo ma ,,, a vedé a fondanèlla….

‘A FONDANÈLLA DEU MANDRIU

Quanno che passo ‘nnanzi a fondanella
de for’u Mandriu me se stregne u core:
repenzo sembre a lla bella cannèlla
che te levava ‘a sete a tutte l’ore!

U cànnalu scappava da ‘na piastra
de ferru tutta bella recamata
e sotto de sergiadu una lastra
che ‘nghiavicava quella revanzata.

Mo ci sta ‘ntubbu ‘e ferru rruzzunitu,
cou rubbinèttu che mangu funziona:
gniciunu je la fa, solu cou ditu

a spégne pe poté fa scappà l’acqua!
È raru che se trova ‘na perzona
che se fèrma pe beve o ce se sciaccqua!

E tòcc’a ddine pure ‘n’ara cósa:
che se tu spigni e rrapri u rubbinettu,
l’accqua che fila è ‘na cósa pietósa
che te strégne u core drent’u péttu!

Ebbè! 'Sta poesia ce volea che 'a fondanella de mo, non te fa vinì mancu a fandacia de fermatte e a pettu de quella de prima...'nci sta paragone!


Grazie per l’ascolto e a risentirci alla prossima. Buona notte a tutti.

 
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